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domenica 24 novembre 2013

ITACA alla Mole Vanvitelliana: il viaggio continua

Luogo: Ancona, Mole Vanvitelliana.
Oggetto: ITAca-Storie d'Italia.
Chi: Matteo Fulimeni e Giovanni Marrozzini approdano con il loro viaggio di immagini e parole nello spazio espositivo del capoluogo regionale delle Marche, a due passi dal porto.
Perché: presentata l'anno scorso a Bibbiena (Ar) nel Centro italiano della fotografia d'autore, la mostra approda nella regione che ha dato i natali a entrambi i protagonisti in occasione del decimo premio Paolo Volponi dedicato alla letteratura e all'impegno civile.
Come e quando: la mostra resterà aperta fino al prossimo 26 gennaio e sarà visitabile dal giovedì alla domenica dalle 17 alle 20 (al mattino su prenotazione). L'ingresso non è libero (come pensavo), bensì a pagamento: cinque euro il biglietto intero, tre euro quello ridotto.

Le cinque doppie W della tradizione giornalistica (più l'how) sono state rispettate, ma prima di chiudere queste poche righe, permettetemi di aggiungere che l'allestimento è davvero eccezionale, favorito da un contesto architettonico altrettanto unico.
Grazie ai due traghettatori di emozioni e all'energia che circolava anche tra i molti visitatori accorsi da tutta Italia per l'inaugurazione.
Chiudo questo piccolo post con un dettaglio della foto-simbolo di Giovanni a Maria Antonietta Biagelli:




Il resto andate a vederlo di persona, non dimenticando di leggere TUTTI i pannelli con i brani scritti da Matteo, che non è solo bello (come ha sottolineato, forse con una punta d'invidia, Giovanni ieri), ma anche bravo. E molto.
Ad maiora.
Of course.

martedì 30 aprile 2013

Letteralmente fotografia, i lavori più zitti e più tristi che ci siano...

E' passato solo un mese dall'avventura sui Sibillini, ma a me sembra molto di più. E d'altronde, noi umani siamo fatti così: quando proviamo emozioni intense, ne vorremmo sempre di nuove. In ogni caso, io personalmente non dispero e sono sicura che anche i protagonisti delle giornate di Letteralmente fotografia sapranno vivere ulteriori momenti perfetti come quelli provati insieme quattro settimane fa.
Per spingerli su questa strada (per quanto mi sia possibile: mica sono lo sciamano Giovanni Marrozzini?), eccovi finalmente i testi da loro prodotti durante il workshop. Manca la versione più lunga dello scritto di Maddalena Blandino sulla "meriggia", ma so che ci sta lavorando per cui sarò ancora più contenta di dedicare un ulteriore post al lavoro della mia giovane amica.
Manca, ahimè, anche una delle immagini del collettivo ZITTITRISTI, che però conto di recuperare a breve (Matteo Crescentini, volevo il tuo Jpeg con la faccina :'(, ma forse non mi sono spiegata).
Mi accontento (si fa per dire!) dell'immagine di Maria Teresa Dell'Aquila, la vera mente del Collettivo più triste del pianeta e della versione riveduta da Marco Cappellano, triste "in sé" (capirete in seguito perché scrivo così). Infine, mi beo (e sì!) dei testi, straordinariamente, profondamente... tristi, che riproduco sotto.
Sto scherzando, eh, però chi avrà la pazienza di leggerli, si accorgerà quanto siano intrisi di silenzio. E di poesia. Il che, in effetti, un po' li rende tristi. Solitari. Y final. E con ciò smetto di dire sciocchezze. E lascio che a parlare siano i lavori dei partecipanti a Letteralmente Fotografia.
Buona lettura.


Il canto della piana
Un pomeriggio solitario nelle campagne di Castelluccio di Norcia - di Edoardo Ciambelli

 
L’auto di Luciana è oramai un puntino sulla striscia diritta di asfalto che divide in due la piana di Castelluccio.

Muovo i primi passi, mi guardo attorno: montagne striate di neve proteggono la valle in ogni direzione e il paese è l’unico segno di urbanizzazione che il mio sguardo riesce a incontrare.  Il silenzio è rotto dal gracchiare di cornacchie che si alzano in volo e dal suono del vento a tratti forte. Niente di paragonabile a quello che spira nella grotta della Sibilla, ne sono certo.

Mi fermo, respiro piano,  l’aria è fredda, pungente.

Riprendo il mio cammino e dopo cinquanta passi, alla mia destra m’imbatto in cumuli di fieno, simbolo di una realtà contadina che rappresenta il passato e il presente di questo luogo. Percorro altri cento passi, esco alla mia sinistra, nel prato. Il terreno è ancora zuppo d’acqua e a tratti il monotono giallo dell’erba secca è interrotto da puntini viola. Sono crochi, un timido segnale di una primavera che sembra non voler arrivare. I fiori hanno la corolla chiusa, i petali si stringono a vicenda e riparano il loro cuore dalla fredda brezza, in attesa che un raggio di sole possa convincerli ad aprirsi al mondo.

Torno sull’asfalto, venti passi avanti e sulla destra ancora presse di fieno. Ancora venti passi e a sinistra, una rosa canina, agita le sue braccia prive dei rossi frutti che avrebbero dato piacere al mio palato e vitamine al mio corpo. Continuo la passeggiata e dopo tenta passi, a destra, un cartello di divieto di transito obbliga tutti i mezzi a non oltrepassare quel punto. 

Decido di proseguire comunque e dopo duecento passi la monotonia del giallo spento dell’erba è interrotto dal rosso acceso di un attrezzo agricolo che attaccato a un trattore consente la raccolta del fieno.

Questi campi spenti e tristi, provati dal lungo inverno, tra pochi mesi saranno ricoperti da un tripudio di colori. Chiudo gli occhi e m’immagino fiori mossi dal vento che mescolano i loro profumi nell’aria.

La prossima estate voglio essere qui.

Poco oltre, sotto ai miei piedi, centinaia di buchi nel terreno indicano gallerie sotterranee scavate dalle talpe. Faccio trecento passi ed ecco una recinzione metallica a proteggere un terreno ancora totalmente ricoperto di neve. Dalla recinzione mi sposto a destra di cento passi, verso una catasta di legna di faggio. Trenta passi oltre, una capanna, una cuccia, una catena, probabile rifugio notturno di un cane pastore. Alzo gli occhi e sulla collina di fronte il bosco a forma di penisola italiana mi appare in tutta la sua estensione. Faccio settecento passi in avanti e altri settecento verso destra e sono sotto “l’italietta”, vicino alla chiesetta. Salgo i pochi scalini che mi portano al piccolo altare; intorno alle due statue della Madonna solo fiori secchi e sopra molti rosari messi da fedeli, a simboleggiare un ringraziamento o una richiesta di grazia. Sulla parete sinistra, un testo spiega che il bosco italico è nato nel 1961, in occasione del centesimo anniversario dell’unità di Italia. Accanto, una delle più belle opere mai scritte: Il cantico delle creature di San Francesco di Assisi.

Riprendo il cammino, cento passi a destra, cinquecento in avanti, quattrocento a sinistra e arrivo a due capanne di metallo, sulle quali il vento si diverte a suonare melodie fatate. Accanto a loro, alcuni cardi secchi s’innalzano dal terreno lasciandosi cullare dalla brezza. M’incammino nuovamente, cento passi e sono sulla strada asfaltata. Alla mia sinistra solo prati e montagne, con sopra un plumbeo cappello di nubi che bloccano i raggi di sole di una giornata che ormai volge alla sera.  Altri settecento passi avanti e mi ritrovo in un maneggio, che oggi appare nelle vesti di un campo delimitato da staccionate in legno.

La luce del giorno è scomparsa, il grigio ha lasciato il posto al nero della notte. Chiamo Luciana. Nessuna stella in cielo, l’oscurità è interrotta solamente dalle poche luci di Castelluccio e dai fari delle auto che passano lentamente. Socchiudo un po’ gli occhi e salgo nell’auto di Luciana. Alle nostre spalle, la piana si dissolve, ma è solo un’illusione. Tra poche ore gli animali torneranno padroni della loro casa.
 
 
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Non mi strecciare/1 (di Ivana De Napoli, versione originale)
 

Se vuoi conoscere chi io fossi stata prima di divenire quello che ora sono, ti converrà sapere che tutto ebbe modo di accadere presso un piccolo paese arroccato, circondato da lunghe distese di campi e lisce montagne di pietra.

Sono la settima di sette fratelli. Mio padre, pastore di pecore. Mia madre, madre e contadina; mamma accudiva le mie sorelle, i miei fratelli, l’asino e pochi altri animali della stalla che avevamo.

Esterina, la maggiore di tutti, aveva nove anni e l’incarico di raccogliere legna nei boschi circostanti il paesello, ma soprattutto, Esterina, badava a me ché ero la più piccola.

Era lei che mi vestiva di petali leggeri come la seta appena filata, mi ornava i capelli di fresche corolle profumate d’aurora e mi nutriva di miele prezioso più dell’oro e dolce più dell’uva spina.

Era lei che mi cantava ninne nanne e filastrocche fataline sussurandomele  nell’orecchio per paura di crettare l’immenso e bianco silenzio ammantato sopra noi.

Era lei che mi passeggiava tra i fazzoletti colorati di zafferano, lavanda e papaveri.

Mi cullava nel ventre dell’albero cavo posto ai piedi della grande montagna così che quando il vento spirava forte rincorrendo gli ululati dei lupi non avrebbe potuto portarmi via da lei.

Era lei che mi accolse tra i raggi di luce lunare facendo di me un corpo di stelle.

Mi chiamo Roberta, sono nata nell’agosto 1961 e vivo a Castelluccio.

 
Voci/1

Sono anima soffiata dal vento, dentro il tuo silenzio, piove il destino altrui.

Sprofondo nell’acqua, mi sento chiamare, non mi strecciare.

Dove sei? Non ti vedo. Attorno solo sangue e fango. Non respirarmi.

Coriandoli di cenere e maschere di fango. Sono pronta per il ballo.

Mamma, perché indosso ancora questa divisa sporca? Questa medaglia al petto punge e mi fa male.

Ricordo solo sabbia. L’aria è satura di zolfo e intrisa di lacrime. La mia baionetta non spara più.

Mi guardi piangendo, sfiorando le tue dita sul quel viso. Non ti accorgi che invece sono dietro di te? Quella è solo un’immagine marmorea. Non volgermi le spalle.

Dovevo ascoltare i messaggi, trascriverli e riportarli al mio superiore. Una tortura, avevo male alla testa. Quelle voci mi hanno ucciso.

Continui a fissarmi così, finiscila! Ora sei libera.

Perché mi hai riunito a lei? Credevi davvero che ci mancassimo? Vuole ordine anche qui.

La mia bambina, dov’è la mia bambina? Roberta…

Qui dove il silenzio regna lei urla.



Non mi strecciare/2 (versione rivista con me)

Tutto ebbe modo di accadere in un piccolo paese arroccato. Intorno lunghe distese di campi e montagne di pietra.





Sono la settima di sette fratelli. Mio padre, pastore di pecore. Mia madre, madre e contadina; a lei il compito di accudire l’asino e i pochi altri animali della stalla. 

Esterina, la maggiore di tutti, aveva nove anni e l’incarico di raccogliere legna nei boschi. soprattutto, Esterina badava a me, la più piccola.

Mi vestiva di seta e mi ornava i capelli con l’aurora.

Mi cantava ninne nanne e filastrocche in un sussurro. Temeva troppo le screpolature del silenzio.

Era lei che mi passeggiava tra i fazzoletti colorati di zafferano, lavanda e papaveri.

Mi cullava nel ventre dell’albero ai piedi della grande montagna, così che quando il vento spirava forte rincorrendo gli ululati dei lupi, non avrebbe potuto portarmi via da lei.

Era lei che mi ha reso corpo di stelle.

Mi chiamo Roberta, sono nata nell’agosto 1961 e vivo a Castelluccio.

 
Voci

 
Sono anima soffiata dal vento, dentro il tuo silenzio, piove il destino altrui.

Sprofondo nell’acqua, mi sento chiamare, non mi strecciare.

Dove sei? Non ti vedo. Attorno solo sangue e fango. Non respirarmi.

Coriandoli di cenere e maschere di fango. Sono pronta per il ballo.

Mamma, perché indosso ancora questa divisa sporca? Questa medaglia al petto punge e mi fa male.

Ricordo solo sabbia. L’aria è satura di zolfo e intrisa di lacrime. La mia baionetta non spara più.

Mi guardi, sfiorando le tue dita sul quel viso di marmo. Non ti accorgi che invece sono dietro di te? Non volgermi le spalle.

Dovevo ascoltare i messaggi, trascriverli e riportarli al mio superiore. Le cuffie mi davano mal di testa, ogni volta. Quelle voci mi hanno ucciso.­­­

Continui a fissarmi così, finiscila! Ora sei libera.

Perché? Credevi davvero che ci mancassimo? Vuole ordine anche qui.

Qui dove il silenzio regna, lei urla.


 
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Una notte in sé
di Marco Cappellano
 h. 2:00
Decido di uscire a fare foto.
Scendendo le scale, all' ultimo gradino, le luci temporizzate decidono di spegnersi. Le riaccendo.
Un gatto in ceramica sul tavolo di fronte mi fissa dritto negli occhi.
Le chiacchierate con Daniele sulla paura dei lupi mi hanno un po' rassicurato, dopo aver sentito gli ululati.
Torno un po' nel momento in cui esco. Ma vabbè.
Prima del cimitero mi farò un giro per il centro di Castelluccio. I rumori mi disturbano. Intanto mi finisco una sigaretta, il lampione alle mie spalle.
Decido di salire al paese.
In un istante, mi giro verso il cimitero. I cani iniziano ad abbaiare. Una coda bianca si dissolve nel buio.
Magari riesco a farmi amico uno dei cani, così nel momento in cui entrerò nel cimitero sarò un po' più tranquillo. Mi avvio verso il centro, riaccendo  un' altra sigaretta.
Le persiane sbattono, sembra il far west. Mentre mi allontano, oltrepasso i fili dei pali della corrente che ronzano. Alcuni secondi dopo i cani iniziano ad abbaiare. Che siano ritornati i lupi?
Nella piazzetta centrale il vento muove qualcosa, sento un incessante rumore di campanelli, intervallato dai pezzi di carta, che spinti dal vento, girovagano nella piazza, come me. Senza una meta.
A prepararmi da quel cimitero che è come la piazza ed il resto delle strade in sè.
Controllo il respiro. Continuo.
Riaccendo la sigaretta per gli ultimi due tiri. Scrivo al buio.
Inizio facendo un giro largo.
La strada pulita e ben illuminata per un po' mi rassicurano. I lupi sono forse scomparsi dalla mia mente.

h. 2:31
Salgo fino ala cascina Brandimarte. Il vento è meno inquietante. Le lampade al sodio, attorno, mi rassicurano un po'.
h. 2:36
Non sembra più un percorso di paura. Imbocco in una gradinata dove il vento non si sente quasi più, e forse nemmeno il freddo, tant'è che nemmeno ci penso. Quel che mi rimette un po' di buon umore è il cinguettio degli uccelli, annidati sotto i tetti di alcune case che ho appena oltrepassato..
 h. 2:41
Nemmeno ho voglia di riaccendermi la terza sigaretta…

L' allerta è sempre dietro l' angolo.

Imbocco per una viuzza, quando noto alle mie spalle la luce di un lampione spegnersi e riaccendersi. Mi giro.
E' tutto ok. Un telo al lato sinistro della strada, alimentato dal vento, si gonfia e si sgonfia, come un polmone. Si rispegne il lampione. Pace.
h. 2:47
Il vento si rifà più forte… non mi va di sentirlo così forte, imbocco in via dela Volpe… riaccendo una sigaretta.
Mi rigiro di colpo (sarà un caso?): due cani, uno bianco ed uno pezzato bianco e nero, pattugliano le vie…
Naturalmente non mi cagano di striscio.
 
h. 3:25
Percorrendo alcune scalette arrivo alla chiesa di Santa Maria Assunta.
Una fontanella nel suo scrosciare ininterrottamente mi suggerisce di farla da qualche parte, e la faccio in un angolo buono che trovo..
Suggestione? Nella stessa via il cane bianco di prima continua a pattugliare le viuzze, ma di lasciarsi avvicinare non vuole saperne… mi giro dall' altra parte, scorgo l' agriturismo ed il cimitero. I cani laggiù, prontamente abbaiano, puntuali… sento di nuovo il vento.
h. 3:37
Situazione un po' più normale.

Mi trovo a ripercorrere le strade di ieri. Ma incontrerò i lupi???
Alla strada del ritorno, un guardiano (stavolta quello pezzato) dall' alto, abbaia. Cerco di farlo avvicinare, ma non ci riesco. Forse mi ha già riconosciuto…
h: 3.50
Il vento, nuovamente, non si sente più…
Almeno da me. Però lo sento, e più forte, soffiare verso il cimitero… ma i lupi???
Mi dirigo verso il cimitero. Il vento si rifà più forte. Sento i fruscii. Il guardiano si rifà vivo, stavolta quello bianco, come per avvertirmi. Mi segue, abbaia fino al palo dove ieri avevo sentito quei tre fruscii. Il cancello del cimitero cigola continuamente. Mentre scrivo, un minuto di calma. Il cane si zittisce, dopodichè inizia a chiacchierare con l'altro. Vabbè. Mi fumo una sigaretta, appoggiato sul palo, protetto dalla luce, in tutta calma. Non ho voglia di muovermi. Guardo il parco giochi di fronte a me, ascolto tutto ciò che ho attorno. Non mi muoverò finchè non è spenta…
Temporeggio. Le mando un messaggio.

E' finita la sigaretta. Il cane di prima ha pure smesso di abbaiare. Chissà se è un segno, se quando mi avvicinerò all' entrata il cancello smetterà di cigolare. Il vento è meno forte.
Per prima visiterò la tomba di Luigi… il cognome non mi torna, nello stesso istante il vento si rafforza. Il cancello ricomincia a cigolare.
Ora ricordo: Brandimarte. Me lo sono segnato su di una bustina di zucchero di canna, quando parlavo con Daniele. Sembra proprio che mi abbiano perdonato… in compenso, l'inchiostro sta per finire… poco male, ho una penna blu di riserva! Mi incammino…
 
Passo il capanno. Mi siedo di fronte alle tombe dei Brandimarte, prima di iniziare a cercare Luigi.
Non un rumore, solo un lieve sibilo, tanto più forte quanto più scrivo. Ma quando ho aperto il cancello, ho risentito gli uccelli cinguettare. Il vento si rifà forte, rimetto la penna in tasca…
h. 4.22 Mi risponde dicendo di essere un po' impegnata. La richiamo, parliamo per un minuto buono. Cade la linea…
Non importa. Non mi sento più solo…
Tempo un quarto d' ora, e ne sono fuori…
Nel momento in cui scrivo, il vento si rifà più forte, ma il cancello non cigola. E sento nuovamente un cinguettio. Esco, ma la strada di ritorno non mi rende inquieto.

h. 4.45
Forse il problema non era il cimitero, ma solo il cancello...
 
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Il respiro delle anime
di Valentina La Poetessa Triste
 
La città dei vivi ha luci fredde.
Il sacro terreno è soffice,
è la città dei morti ma non piango.
Vedo il vento.
Fa freddo ma le luci qui sono calde.
Lo sentiranno il vento?
Tra croci infilzate e fiori caduchi
li percepisco respirare
e camminano, nei miei opachi pensieri,
quegli sguardi annegati nell'immensità.
 
 
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La mail di Luciana Ciuffini (letteralmente poetica in sé)
 
vi ho sognato tutti quanti, eravamo insieme in un posto bellissimo che sia chiama Pian Grande, è uno dei posti più belli al mondo, parlavamo di fate scalze, folletti eleganti, di trecce intrecciate e cavalli sudati; ci osservavano montagne con gli occhi e pastori poeti, le ricotte sapevano di neve e la neve di ricotta. Che strano sogno, c’era chi girava l’Italia intera in un’ora e chi il Texas, c’era chi parlava con l’invisibile e chi cercava roulotte che non sarebbero dovute partire mai, andavamo in giro con una macchina volante e ci conoscevamo da una vita. Mi innamoro sempre di chi sogno.... MI MANCATE!!!
 
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La "Meriggia" fotografica di Maddalena Blandino
 
 
 
Il testo breve:
 
"Le fate erano tante belle,
iavano a ballà lì alla Rocca,
e se li ragazzi le toccavano, ce ballavano,
questi sparivano, volavano!
Venivano infatati!"

(Giuliana Poli)

Secondo un'antica credenza sibillinica
l'incontro tra un uomo e una fata, o con la danza, o con il canto,
poteva determinare il rapimento dell'uomo.
Avveniva così quella che viene chiamata "Meriggia",
ossia uno scambio, compiuto dalle fate, tra l'uomo rapito nel loro regno
e un suo simulacro che veniva lasciato vivere sulla Terra.
 
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E per finire, ecco a voi i manifesti del collettivo ZITTITRISTI, l'originale ideato dalla mente del medesimo, ossia Maria Teresa Dell'Aquila:
 
 
 
E sotto la versione riveduta da Marco Cappellano:
 
 



Sto singhiozzando. Non ci credete?
Ad maiora, ragazzi.
Mi zittisco.

mercoledì 10 aprile 2013

Letteralmente... infatati, il resoconto quasi impossibile del workshop sui Sibillini

Le premesse c'erano tutte: il progetto appassionante, il luogo magico, il periodo pasquale e la neve. Del resto, l'avevo anche scritto, sempre su questo spazio, poco prima di partire per Castelluccio di Norcia, un paesino abbarbicato appena sotto il Redentore, la cima appartenente alla montagna del Vettore, la più alta di tutta la catena dei Sibillini.
Già sapevo insomma quanto mi sarei fatta coinvolgere e quanto avrei continuato a pensarci anche dopo, scrutando i monti dalle finestre di casa mia, tuttora imbiancate, nonostante i primi rondoni che via via si avvicinano sempre di più alle nostre grondaie. A breve la patina bianca sparirà e forse riuscirò finalmente anche a percorrere quei sentieri di montagna troppo impervi per chi non sia pratico di alpinismo e ciaspolate.
E d'altra parte, i partecipanti a Letteralmente fotografia, il workshop di Giovanni Marrozzini, non erano venuti lassù, a poco più di 1400 metri sul livello del mare, per fare sport.
E proprio da loro che è arrivata la sorpresa più grande.
Eravamo tutti diversi, per età e interessi. Eppure, in quel contesto fatato, con i tempi dilatati dei pranzi e delle cene, immersi nel silenzio rotto dagli ululati chissà se di lupi e dal vento gelato che soffiava su quegli strani ciuffi d'erba marrone, rapiti dalla musica minimalista di Giovanni durante i lunghi minuti impiegati nell'editing dei loro scatti, sembravamo conoscerci da una vita. In quei momenti, non eravamo davvero presenti nella stretta sala destinataci dai gestori dell'agriturismo dove abbiamo abitato per quattro giorni. Il nostro io profondo era da un'altra parte, forse a scorrazzare con i folletti che su queste montagne prendono il nome di "Mazzamurelli", o addirittura a ballare con le fate dai piedi e polpacci caprini intorno a un fuoco. Ogni tanto venivamo colti (soprattutto io e Matteo) da risa lacrimose, liberatorie e infantili, e in un viaggio verso uno dei piccoli borghi che ospita il maggior numero di fate (anche oggi, e già), abbiamo pure inventato un gruppo votato a ingenerare tristezza negli altri. Vuoi essere triste? The sadness ti dà una mano. "Tristi o rimborsati", lo slogan più efficace coniato dalla silenziosa e ironica Maria Teresa. Quel modo di scherzare mi ha riportato indietro negli anni, facendomi provare una nostalgia forse simile a quella vissuta da Guerrino e dagli altri cavalieri transitati dal Regno della Sibilla. Lo scarso sonno ha alimentato sogni bizzarri, il freddo un torcicollo epocale e il ritorno a casa un lento e faticosissimo risveglio alla cosiddetta realtà.
Non poteva, non doveva finire così presto. Anche se le tracce di questo viaggio non solo fisico, ne sono sempre più convinta, produrranno ulteriori, per il momento non ancora sondabili, cambiamenti in ciascuno dei protagonisti di questa straordinaria esperienza.
Non era facile riassumerla né, forse, si poteva farlo in maniera scientifica e pedante, meno che mai giornalistica. Di qui la scelta che vedrete sotto di raccontarne qualche momento saliente, per mezzo di una galleria fotografica, con i miei scatti (molto liberi di andarsene a zonzo dietro facce e dettagli), un riassunto (tranciatissimo, com'era giusto che fosse) della mia lezione introduttiva sui percorsi leggendari sui quali mi sono preparata con molta partecipazione nei mesi scorsi; e infine con i passaggi salienti della lezione accademica ma non troppo di Cesare Catà, un giovane studioso dei miti e delle leggende irlandesi-marchigiane, che mi ha davvero colpita per l'accuratezza e la scioltezza nell'esposizione.
Che cosa manca? Le parole dell'organizzatore di questo piccolo miracolo di armonia: Giovanni ha preferito restare nell'ombra, nascondendosi dietro la sua folta barba, ma soprattutto dietro alle emozioni dei partecipanti, tradottesi in foto e testi davvero inattesi.
A loro il mio grazie più sentito e una esortazione: siate sempre disponibili a lasciarvi infatare.
E non strecciate le criniere dei cavalli.


Fotograficamente letterari


I sette percorsi - l'intervento introduttivo della sottoscritta


L'essenziale è invisibile agli occhi - La lezione di Cesare Catà

martedì 26 marzo 2013

Maltempo a Castelluccio? Buontempo per l'avventura sibillina!

"Se il tempo sarà brutto, il workshop verrà ancora meglio".
E con queste sibilline, ma in un certo qual modo rassicuranti parole di Giovanni Marrozzini, l'avventura sibillina è ormai imminente.
Si parte giovedì mattina alle sette, muniti (io di certo!) di scarponi impermeabili, varie paia di calzini, guanti, sciarpa e cappello e almeno due maglioni da montagna. E sì, perché se il fotografo-nocchiero dice che il maltempo meteorologico produrrà buontempo per noi che ci apprestiamo a salire a oltre mille e passa metri (cime escluse: perché in quel caso di metri si arriverebbe pure a duemila e passa...), io però, da brava ex bambina giudiziosa, non voglio avere freddo né tantomeno beccarmi una polmonite.
Oltretutto vado a Castelluccio per svolgere un ruolo ben preciso (che sarà mai questa misteriosa attività di "facilitatrice di scrittura"?) e devo essere in forma, il più possibile.
Però ve lo confesso: non vedo l'ora che arrivi questo inedito fine settimana pasquale, sicura che al ritorno una parte di me non sarà più la stessa. Spero non nel senso fisico del termine: ci terrei a rimanere tutta intera, visto che i centimetri già non sono il mio forte!
A scanso di equivoci, in ogni caso, comincio già da adesso a ringraziare tutte le persone che conoscerò nei prossimi giorni e pure quelle che già conosco, e che sicuramente vedrò sotto una luce del tutto nuova.
Vi lascio con altre due foto di Castelluccio nella bella stagione, come la vidi ormai già quattro anni fa, del tutto inconsapevole di quel che sarebbe venuto dopo:

La sottoscritta in uno scatto del Bipede Paolo

Che buoni quei formaggi!

Indovinate un po' che cosa sto per aggiungere?
Ad maiora!! Ci vuole proprio!

giovedì 21 febbraio 2013

Da Itaca a Letteralmente fotografia... con Giovanni Marrozzini!

Castelluccio di Norcia
Quando ho scattato questa fotografia, ormai quasi quattro anni fa, tutto avrei immaginato se non che sarei tornata in questi luoghi in un ruolo per me totalmente inedito.
Mi sto riferendo alla mia prossima avventura in qualità di "facilitatrice di scrittura", affianco (o sarebbe meglio dire al seguito) di Giovanni Marrozzini, il fotografo-nocchiero che mi ha condotto lo scorso anno sulla strada per Itaca.
E così, dopo Minime Storie, mi preparo a vivere un'esperienza che già so sarà molto importante.
Chi mi conosce bene, sa che cercherò di dare il massimo, sperando di trasmettere fosse pure un'oncia dell'entusiasmo che sto provando in questo periodo di studio dei luoghi in cui si svolgerà il nostro (ebbene sì: nostro!) workshop dal fascinoso titolo (non ideato da me, perciò posso permettermi di affermarlo) Letteralmente fotografia.
Che altro dire?
Indovinate un po'?
Uno
due
tre
... Ad maiora!

sabato 21 luglio 2012

Il passato che ritorna... sulla strada per Itaca!

A distanza di quasi un mese, ritorno su questo spazio per parlare... di passato e di presente!
Giusto ieri (era il mio compleanno...) l'azienda con cui collaboro ha mandato online l'intervista a Giovanni Marrozzini sulla sua Itaca che ormai è anche un po' la mia.
Non potevo non linkarla anche qui, benché ormai quei giorni trascorsi a scattare e a scrivere sull'angolo del centro storico di Fermo in cui, per caso, mi è capitato di venire ad abitare (ma il caso non esiste... ormai me ne sono convinta anch'io) siano assai lontani, non solo per ragioni cronologiche.
Eppure, il passato che ritorna e si rifà attuale restituisce con forza ancora maggiore quello strano senso di predestinazione che ho provato quando ho incontrato, poco più di un anno fa, Giovanni e gli altri frequentatori del workshop tenuto dal mago barbuto nel Fotocineclub di Fermo, diversi dei quali ho poi rivisto nei mesi successivi con molto piacere.
Comunque vada a finire, la fotografia ha un misterioso magnetismo che avvicina persone altrimenti destinate (quasi certamente) a non incontrarsi mai.
Ed è perciò per me un onore ancora maggiore sapermi anche su Agorà di Cult, il blog creato dalla Fiaf e gestito dal mio tutor Silvano Bicocchi proprio allo scopo di parlare di quelli che stanno dietro a un mirino come me e dei molti fotografi di talento che ho avuto occasione di conoscere durante questo lunghissimo anno.
Si è forse chiuso un cerchio? Qualcosa mi dice che sia così, ma nel frattempo mi sembra (lo dico piano) che se ne sia aperto almeno un altro e chissà che non ne stia nascendo da qualche parte un altro ancora...
Staremo a vedere.
Vi lascio con due foto non utilizzate per Minime Storie, ma risalenti a quei giorni:

Finestre di Villa Vinci, sul colle del Girfalco, ambientazione della minima storia "Nobiltà pop"

Il campanile del duomo di Fermo, nel piazzale Girfalco, ambientazione di varie "minime storie"...

E, come dico sempre, ad maiora!

lunedì 18 giugno 2012

Lestrigoni e Ciclopi sulla via per Itaca? Levatevi di torno

Chissà se è vero che Giovanni Marrozzini smetterà di fare il fotografo di professione.
Personalmente, non ci credo e in ogni caso gli auguro innanzitutto di staccare per un po' (anche un bel po', se necessario) prima di pronunciare altre frasi così. Perché, diciamolo: chi l'ha conosciuto anche solo superficialmente (come la sottoscritta) intuisce che un tipo così appassionato difficilmente potrà mai cessare di dare il massimo in tutto ciò che farà. Foss'anche "solo" il padre.
In ogni caso, il viaggio alla ricerca della sua Itaca si è ufficialmente concluso lo scorso fine settimana, in un mare di folla e di ovazioni che neanche ai concerti rock.
Purtroppo non sono riuscita a godermi la sua mostra con la dovuta attenzione (alle inaugurazioni è sempre così ed è ben per questo che in genere le diserto). E non so neanche se riuscirò a tornarci prima che chiuda, il prossimo 9 settembre.
Potendo, ci riandrei di corsa già domani, sia per la bellezza dei luoghi che circondano il Centro italiano della fotografia d'autore di Bibbiena, un piccolo borgo in provincia d'Arezzo, sia per il valore dell'allestimento dedicato all'intenso viaggio in Italia a bordo di un camper, compiuto da Giovanni e Matteo Fulimeni, un giovane scrittore di Porto Sant'Elpidio che mi ha piacevolmente intrattenuta, all'ora dell'aperitivo, conclusa la presentazione rituale del loro progetto di foto & racconti, sul suo recentissimo ritrovamento: una Olivetti 33, sulla quale copia pezzi immortali di letteratura, così, per distrarsi dagli studi.
Fortunatamente, ho acquistato il catalogo, comprensivo di una selezione dei lavori delle persone che hanno preso parte ai workshop condotti da Giovanni in molte parti d'Italia. Tra i frequentanti di Fermo c'ero anch'io e devo ammettere di aver gongolato un pochino (poco poco, giuro) vedendo il pannello con una selezione delle mie Minime Storie.
Al di là dei massaggini egotici che comunque ogni tanto ci vogliono, sono davvero felice di aver vissuto, pur se marginalmente, un'esperienza così densa, di voci, di belle facce, di discorsi finalmente interessanti.
Ognuno di noi ha la sua personale Itaca da raggiungere e non sempre possiamo ricacciare indietro Lestrigoni e Ciclopi, soprattutto se, come dice il poeta Costantino Kafavis, questi tizi si annidano nella nostra testa.
Ogni tanto, poi, anche quando pensiamo di averli sconfitti, i demoni demotivanti (un'assonanza voluta!) ci riprovano fiaccandoci.
Ma gente dalla "coccia" dura come me si piega (finora) ma non si spezza.
Perciò avanti così.

Vi lascio con le immagini del mio pannello (!) e con un video sui passaggi salienti della due giorni di Bibbiena:



Il bipede Paolo guarda concentrato le Minime Storie in mostra...

Dopo il matrimonio, Oggi niente scuola,
Troppo sensibile e Nobiltà pop in mostra al Cifa di Bibbiena

Ed eccovi il video (assolutamente autoprodotto: non so perché, ma nei titoli di coda mi ha troncato due parole. Portate pazienza...):






giovedì 5 gennaio 2012

Da dove nasce Minime Storie

Mi sono sempre dimenticata di scriverlo, ma credo che adesso sia proprio arrivato il momento di spiegare le origini di questo spazio.
Innanzitutto, mi sono fatta suggestionare dal titolo di una canzone. Si tratta di "Storia minima" di Paolo Conte. Per chi mi conosce, è abbastanza normale che sia ricorsa al Maestro, che mi accompagna ormai da oltre 23 anni (accidenti!), per trovare un titolo degno al mio blog.
A onor del vero, però, devo aggiungere un altro tassello: da sempre amo i dettagli e le piccole storie, i micro-aneddoti. Questo mio modo di fare si ritrova nei testi che scrivo, nelle frasi che leggo e nelle persone che suscitano la mia curiosità. 
Amo le scoperte segrete, mi piace stupirmi davanti a una scritta su un muro, davanti a un cavallo che improvvisamente scopro pascolare davanti alle finestre di casa mia (giuro, è successo davvero: all'improvviso, poi, sono diventati due. E poi, un giorno, sono spariti, chissà perché). 
Da ragazzina ho raccolto un foglio scritto a penna contenente i dati anagrafici di una persona scomparsa. Molti anni dopo il tipo non aveva fatto ancora ritorno a casa, tanto che è finito a "Chi l'ha visto?".
Quando ho cominciato il viaggio nel mio quartiere, non immaginavo che cosa avrei trovato, ma ero certa che le storie più belle sarebbero nate dal caso. 
La prima foto è stata alle scarpe che vedete in alto, ogni volta che aprite il blog.
Me le ha segnalate Paolo il Bipede, andando a prendere la sua vespa. Sono rimaste lì per giorni, a inizio ottobre, proprio quando ero via. Se non ci fossero stati i suoi occhi, insomma, sarebbe mancato un fondamentale tassello per le storie che vanno via via dipanandosi da allora.
Saranno scarpe da sposa? E' probabile. Patrizia Di Ruscio, la vicepresidentenssa dell'associazione "Il Bianco", colonna portante della collettiva "INTANTO" ancora in corso all'ex mercato coperto, ne è convinta.
Sono troppo nuove, ha considerato Patrizia: danno l'idea di calzature indossate una sola volta e forse lasciate lì, in un ideale "shoes-crossing" a beneficio di altre spose.
Quelle scarpe sono state la mia prima "Minima Storia", adesso ospitata sul sito del Fotoclub che linko nella colonna a destra affianco ai post. Di seguito, con intervalli differenti, ne sono fiorite altre e altre ne arriveranno a partire dalla prossima settimana.
Confesso che mi mancano le mie esplorazioni fotografiche. Al contempo, so che, richiedendomi impegno assoluto, ho fatto bene a sospendere il mio lavoro in attesa di giorni più sgombri.
Oltretutto, proprio grazie a "INTANTO" ho conosciuto altri possibili protagonisti delle mie "Minime Storie", che finiscano o meno nel progetto "Itaca", non importa. 
E già, perché ho già capito che questo blog dovrà andare avanti anche una volta che avrò concluso il lavoro nato grazie a Giovanni Marrozzini. 
E' tempo (quasi...) che cammini con le mie gambe, la mia fotocamera e le mie idee, sulla vita, sul mondo e, perché no, anche sull'arte. Qualunque cosa voglia significare questa parola.
Eccovi le scarpe, nuovamente:

Un grazie, anzi due, ai Paoli della mia vita (domani il Maestro compie 75 anni: auguri e mille di questi giorni!). E a voi che passerete di qua a incoraggiarmi e a darmi altri spunti... Vi aspetto.