Luogo: Ancona, Mole Vanvitelliana.
Oggetto: ITAca-Storie d'Italia.
Chi: Matteo Fulimeni e Giovanni Marrozzini approdano con il loro viaggio di immagini e parole nello spazio espositivo del capoluogo regionale delle Marche, a due passi dal porto.
Perché: presentata l'anno scorso a Bibbiena (Ar) nel Centro italiano della fotografia d'autore, la mostra approda nella regione che ha dato i natali a entrambi i protagonisti in occasione del decimo premio Paolo Volponi dedicato alla letteratura e all'impegno civile.
Come e quando: la mostra resterà aperta fino al prossimo 26 gennaio e sarà visitabile dal giovedì alla domenica dalle 17 alle 20 (al mattino su prenotazione). L'ingresso non è libero (come pensavo), bensì a pagamento: cinque euro il biglietto intero, tre euro quello ridotto.
Le cinque doppie W della tradizione giornalistica (più l'how) sono state rispettate, ma prima di chiudere queste poche righe, permettetemi di aggiungere che l'allestimento è davvero eccezionale, favorito da un contesto architettonico altrettanto unico.
Grazie ai due traghettatori di emozioni e all'energia che circolava anche tra i molti visitatori accorsi da tutta Italia per l'inaugurazione.
Chiudo questo piccolo post con un dettaglio della foto-simbolo di Giovanni a Maria Antonietta Biagelli:
Il resto andate a vederlo di persona, non dimenticando di leggere TUTTI i pannelli con i brani scritti da Matteo, che non è solo bello (come ha sottolineato, forse con una punta d'invidia, Giovanni ieri), ma anche bravo. E molto.
Ad maiora.
Of course.
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domenica 24 novembre 2013
ITACA alla Mole Vanvitelliana: il viaggio continua
martedì 30 aprile 2013
Letteralmente fotografia, i lavori più zitti e più tristi che ci siano...
E' passato solo un mese dall'avventura sui Sibillini, ma a me sembra molto di più. E d'altronde, noi umani siamo fatti così: quando proviamo emozioni intense, ne vorremmo sempre di nuove. In ogni caso, io personalmente non dispero e sono sicura che anche i protagonisti delle giornate di Letteralmente fotografia sapranno vivere ulteriori momenti perfetti come quelli provati insieme quattro settimane fa.
Per spingerli su questa strada (per quanto mi sia possibile: mica sono lo sciamano Giovanni Marrozzini?), eccovi finalmente i testi da loro prodotti durante il workshop. Manca la versione più lunga dello scritto di Maddalena Blandino sulla "meriggia", ma so che ci sta lavorando per cui sarò ancora più contenta di dedicare un ulteriore post al lavoro della mia giovane amica.
Manca, ahimè, anche una delle immagini del collettivo ZITTITRISTI, che però conto di recuperare a breve (Matteo Crescentini, volevo il tuo Jpeg con la faccina :'(, ma forse non mi sono spiegata).
Mi accontento (si fa per dire!) dell'immagine di Maria Teresa Dell'Aquila, la vera mente del Collettivo più triste del pianeta e della versione riveduta da Marco Cappellano, triste "in sé" (capirete in seguito perché scrivo così). Infine, mi beo (e sì!) dei testi, straordinariamente, profondamente... tristi, che riproduco sotto.
Sto scherzando, eh, però chi avrà la pazienza di leggerli, si accorgerà quanto siano intrisi di silenzio. E di poesia. Il che, in effetti, un po' li rende tristi. Solitari. Y final. E con ciò smetto di dire sciocchezze. E lascio che a parlare siano i lavori dei partecipanti a Letteralmente Fotografia.
Buona lettura.
L’auto
di Luciana è oramai un puntino sulla striscia diritta di asfalto che divide in due
la piana di Castelluccio.
Muovo i primi passi, mi guardo attorno: montagne striate di neve proteggono la valle in ogni direzione e il paese è l’unico segno di urbanizzazione che il mio sguardo riesce a incontrare. Il silenzio è rotto dal gracchiare di cornacchie che si alzano in volo e dal suono del vento a tratti forte. Niente di paragonabile a quello che spira nella grotta della Sibilla, ne sono certo.
Voci/1
Dovevo ascoltare i messaggi, trascriverli e riportarli al mio superiore. Una tortura, avevo male alla testa. Quelle voci mi hanno ucciso.
Tutto ebbe modo di accadere in un piccolo paese arroccato. Intorno lunghe distese di campi e montagne di pietra.
Mi vestiva di seta e mi ornava i capelli con l’aurora.
Voci
h. 2:00
h. 2:41
Sto singhiozzando. Non ci credete?
Ad maiora, ragazzi.
Mi zittisco.
Per spingerli su questa strada (per quanto mi sia possibile: mica sono lo sciamano Giovanni Marrozzini?), eccovi finalmente i testi da loro prodotti durante il workshop. Manca la versione più lunga dello scritto di Maddalena Blandino sulla "meriggia", ma so che ci sta lavorando per cui sarò ancora più contenta di dedicare un ulteriore post al lavoro della mia giovane amica.
Manca, ahimè, anche una delle immagini del collettivo ZITTITRISTI, che però conto di recuperare a breve (Matteo Crescentini, volevo il tuo Jpeg con la faccina :'(, ma forse non mi sono spiegata).
Mi accontento (si fa per dire!) dell'immagine di Maria Teresa Dell'Aquila, la vera mente del Collettivo più triste del pianeta e della versione riveduta da Marco Cappellano, triste "in sé" (capirete in seguito perché scrivo così). Infine, mi beo (e sì!) dei testi, straordinariamente, profondamente... tristi, che riproduco sotto.
Sto scherzando, eh, però chi avrà la pazienza di leggerli, si accorgerà quanto siano intrisi di silenzio. E di poesia. Il che, in effetti, un po' li rende tristi. Solitari. Y final. E con ciò smetto di dire sciocchezze. E lascio che a parlare siano i lavori dei partecipanti a Letteralmente Fotografia.
Buona lettura.
Il canto della
piana
Un pomeriggio
solitario nelle campagne di Castelluccio di Norcia - di Edoardo CiambelliMuovo i primi passi, mi guardo attorno: montagne striate di neve proteggono la valle in ogni direzione e il paese è l’unico segno di urbanizzazione che il mio sguardo riesce a incontrare. Il silenzio è rotto dal gracchiare di cornacchie che si alzano in volo e dal suono del vento a tratti forte. Niente di paragonabile a quello che spira nella grotta della Sibilla, ne sono certo.
Mi
fermo, respiro piano, l’aria è fredda,
pungente.
Riprendo
il mio cammino e dopo cinquanta passi, alla mia destra m’imbatto in cumuli di
fieno, simbolo di una realtà contadina che rappresenta il passato e il presente
di questo luogo. Percorro altri cento passi, esco alla mia sinistra, nel prato.
Il terreno è ancora zuppo d’acqua e a tratti il monotono giallo dell’erba secca
è interrotto da puntini viola. Sono crochi, un timido segnale di una primavera
che sembra non voler arrivare. I fiori hanno la corolla chiusa, i petali si
stringono a vicenda e riparano il loro cuore dalla fredda brezza, in attesa che
un raggio di sole possa convincerli ad aprirsi al mondo.
Torno
sull’asfalto, venti passi avanti e sulla destra ancora presse di fieno. Ancora venti
passi e a sinistra, una rosa canina, agita le sue braccia prive dei rossi frutti
che avrebbero dato piacere al mio palato e vitamine al mio corpo. Continuo la passeggiata
e dopo tenta passi, a destra, un cartello di divieto di transito obbliga tutti
i mezzi a non oltrepassare quel punto.
Decido
di proseguire comunque e dopo duecento passi la monotonia del giallo spento
dell’erba è interrotto dal rosso acceso di un attrezzo agricolo che attaccato a
un trattore consente la raccolta del fieno.
Questi
campi spenti e tristi, provati dal lungo inverno, tra pochi mesi saranno
ricoperti da un tripudio di colori. Chiudo gli occhi e m’immagino fiori mossi
dal vento che mescolano i loro profumi nell’aria.
La
prossima estate voglio essere qui.
Poco
oltre, sotto ai miei piedi, centinaia di buchi nel terreno indicano gallerie
sotterranee scavate dalle talpe. Faccio trecento passi ed ecco una recinzione
metallica a proteggere un terreno ancora totalmente ricoperto di neve. Dalla
recinzione mi sposto a destra di cento passi, verso una catasta di legna di
faggio. Trenta passi oltre, una capanna, una cuccia, una catena, probabile
rifugio notturno di un cane pastore. Alzo gli occhi e sulla collina di fronte il
bosco a forma di penisola italiana mi appare in tutta la sua estensione. Faccio
settecento passi in avanti e altri settecento verso destra e sono sotto
“l’italietta”, vicino alla chiesetta. Salgo i pochi scalini che mi portano al
piccolo altare; intorno alle due statue della Madonna solo fiori secchi e sopra
molti rosari messi da fedeli, a simboleggiare un ringraziamento o una richiesta
di grazia. Sulla parete sinistra, un testo spiega che il bosco italico è nato nel
1961, in occasione del centesimo anniversario dell’unità di Italia. Accanto, una
delle più belle opere mai scritte: Il cantico delle creature di San Francesco
di Assisi.
Riprendo
il cammino, cento passi a destra, cinquecento in avanti, quattrocento a
sinistra e arrivo a due capanne di metallo, sulle quali il vento si diverte a
suonare melodie fatate. Accanto a loro, alcuni cardi secchi s’innalzano dal
terreno lasciandosi cullare dalla brezza. M’incammino nuovamente, cento passi e
sono sulla strada asfaltata. Alla mia sinistra solo prati e montagne, con sopra
un plumbeo cappello di nubi che bloccano i raggi di sole di una giornata che
ormai volge alla sera. Altri settecento
passi avanti e mi ritrovo in un maneggio, che oggi appare nelle vesti di un campo
delimitato da staccionate in legno.
La
luce del giorno è scomparsa, il grigio ha lasciato il posto al nero della
notte. Chiamo Luciana. Nessuna stella in cielo, l’oscurità è interrotta
solamente dalle poche luci di Castelluccio e dai fari delle auto che passano
lentamente. Socchiudo un po’ gli occhi e salgo nell’auto di Luciana. Alle
nostre spalle, la piana si dissolve, ma è solo un’illusione. Tra poche ore gli
animali torneranno padroni della loro casa.
#############################################################
Non mi strecciare/1 (di Ivana De Napoli, versione originale)
Se vuoi
conoscere chi io fossi stata prima di divenire quello che ora sono, ti converrà
sapere che tutto ebbe modo di accadere presso un piccolo paese arroccato,
circondato da lunghe distese di campi e lisce montagne di pietra.
Sono la
settima di sette fratelli. Mio padre, pastore di pecore. Mia madre, madre e
contadina; mamma accudiva le mie sorelle, i miei fratelli, l’asino e pochi
altri animali della stalla che avevamo.
Esterina, la
maggiore di tutti, aveva nove anni e l’incarico di raccogliere legna nei boschi
circostanti il paesello, ma soprattutto, Esterina, badava a me ché ero la più
piccola.
Era lei che
mi vestiva di petali leggeri come la seta appena filata, mi ornava i capelli di
fresche corolle profumate d’aurora e mi nutriva di miele prezioso più dell’oro
e dolce più dell’uva spina.
Era lei che
mi cantava ninne nanne e filastrocche fataline sussurandomele nell’orecchio per paura di crettare l’immenso
e bianco silenzio ammantato sopra noi.
Era lei che
mi passeggiava tra i fazzoletti colorati di zafferano, lavanda e papaveri.
Mi cullava
nel ventre dell’albero cavo posto ai piedi della grande montagna così che
quando il vento spirava forte rincorrendo gli ululati dei lupi non avrebbe
potuto portarmi via da lei.
Era lei che
mi accolse tra i raggi di luce lunare facendo di me un corpo di stelle.
Mi chiamo Roberta,
sono nata nell’agosto 1961 e vivo a Castelluccio.
Sono anima
soffiata dal vento, dentro il tuo silenzio, piove il destino altrui.
Sprofondo
nell’acqua, mi sento chiamare, non mi strecciare.
Dove sei?
Non ti vedo. Attorno solo sangue e fango. Non respirarmi.
Coriandoli
di cenere e maschere di fango. Sono pronta per il ballo.
Mamma,
perché indosso ancora questa divisa sporca? Questa medaglia al petto punge e mi
fa male.
Ricordo solo
sabbia. L’aria è satura di zolfo e intrisa di lacrime. La mia baionetta non
spara più.
Mi guardi
piangendo, sfiorando le tue dita sul quel viso. Non ti accorgi che invece sono
dietro di te? Quella è solo un’immagine marmorea. Non volgermi le spalle.
Dovevo ascoltare i messaggi, trascriverli e riportarli al mio superiore. Una tortura, avevo male alla testa. Quelle voci mi hanno ucciso.
Continui a
fissarmi così, finiscila! Ora sei libera.
Perché mi
hai riunito a lei? Credevi davvero che ci mancassimo? Vuole ordine anche qui.
La mia
bambina, dov’è la mia bambina? Roberta…
Qui dove il
silenzio regna lei urla.
Non mi
strecciare/2 (versione rivista con me)
Tutto ebbe modo di accadere in un piccolo paese arroccato. Intorno lunghe distese di campi e montagne di pietra.
Sono la
settima di sette fratelli. Mio padre, pastore di pecore. Mia madre, madre e
contadina; a lei il compito di accudire l’asino e i pochi altri animali della
stalla.
Esterina, la
maggiore di tutti, aveva nove anni e l’incarico di raccogliere legna nei boschi.
soprattutto, Esterina badava a me, la più piccola.
Mi vestiva di seta e mi ornava i capelli con l’aurora.
Mi cantava
ninne nanne e filastrocche in un sussurro. Temeva troppo le screpolature del
silenzio.
Era lei che
mi passeggiava tra i fazzoletti colorati di zafferano, lavanda e papaveri.
Mi cullava
nel ventre dell’albero ai piedi della grande montagna, così che quando il vento
spirava forte rincorrendo gli ululati dei lupi, non avrebbe potuto portarmi via
da lei.
Era lei che
mi ha reso corpo di stelle.
Mi chiamo
Roberta, sono nata nell’agosto 1961 e vivo a Castelluccio.
Sono anima
soffiata dal vento, dentro il tuo silenzio, piove il destino altrui.
Sprofondo
nell’acqua, mi sento chiamare, non mi strecciare.
Dove sei?
Non ti vedo. Attorno solo sangue e fango. Non respirarmi.
Coriandoli
di cenere e maschere di fango. Sono pronta per il ballo.
Mamma,
perché indosso ancora questa divisa sporca? Questa medaglia al petto punge e mi
fa male.
Ricordo solo
sabbia. L’aria è satura di zolfo e intrisa di lacrime. La mia baionetta non
spara più.
Mi guardi,
sfiorando le tue dita sul quel viso di marmo. Non ti accorgi che invece sono
dietro di te? Non volgermi le spalle.
Dovevo
ascoltare i messaggi, trascriverli e riportarli al mio superiore. Le cuffie mi
davano mal di testa, ogni volta. Quelle voci mi hanno ucciso.
Continui a
fissarmi così, finiscila! Ora sei libera.
Perché?
Credevi davvero che ci mancassimo? Vuole ordine anche qui.
Qui dove il silenzio regna,
lei urla.
#########################################################################
Una notte in sé
di Marco Cappellano
Decido di uscire a fare foto.
Scendendo le scale, all' ultimo gradino,
le luci temporizzate decidono di spegnersi. Le riaccendo.
Un gatto in ceramica sul tavolo di fronte
mi fissa dritto negli occhi.
Le chiacchierate con Daniele sulla paura
dei lupi mi hanno un po' rassicurato, dopo aver sentito gli ululati.
Torno un po' nel momento in cui esco. Ma
vabbè.
Prima del cimitero mi farò un giro per il
centro di Castelluccio. I rumori mi disturbano. Intanto mi finisco una
sigaretta, il lampione alle mie spalle.
Decido di salire al paese.
In un istante, mi giro verso il cimitero.
I cani iniziano ad abbaiare. Una coda bianca si dissolve nel buio.
Magari riesco a farmi amico uno dei cani,
così nel momento in cui entrerò nel cimitero sarò un po' più tranquillo. Mi
avvio verso il centro, riaccendo un'
altra sigaretta.
Le persiane sbattono, sembra il far west.
Mentre mi allontano, oltrepasso i fili dei pali della corrente che ronzano.
Alcuni secondi dopo i cani iniziano ad abbaiare. Che siano ritornati i lupi?
Nella piazzetta centrale il vento muove
qualcosa, sento un incessante rumore di campanelli, intervallato dai pezzi di
carta, che spinti dal vento, girovagano nella piazza, come me. Senza una meta.
A prepararmi da quel cimitero che è come
la piazza ed il resto delle strade in sè.
Controllo il respiro. Continuo.
Riaccendo la sigaretta per gli ultimi due
tiri. Scrivo al buio.
Inizio facendo un giro largo.
La strada pulita e ben illuminata per un
po' mi rassicurano. I lupi sono forse scomparsi dalla mia mente.
h. 2:31
Salgo fino ala cascina Brandimarte. Il
vento è meno inquietante. Le lampade al sodio, attorno, mi rassicurano un po'.
h. 2:36
Non sembra più un percorso di paura.
Imbocco in una gradinata dove il vento non si sente quasi più, e forse nemmeno
il freddo, tant'è che nemmeno ci penso. Quel che mi rimette un po' di buon
umore è il cinguettio degli uccelli, annidati sotto i tetti di alcune case che
ho appena oltrepassato..
Nemmeno ho voglia di riaccendermi la
terza sigaretta…
L' allerta è sempre dietro l' angolo.
Imbocco per una viuzza, quando noto alle
mie spalle la luce di un lampione spegnersi e riaccendersi. Mi giro.
E' tutto ok. Un telo al lato sinistro
della strada, alimentato dal vento, si gonfia e si sgonfia, come un polmone. Si
rispegne il lampione. Pace.
h. 2:47
Il vento si rifà più forte… non mi va di
sentirlo così forte, imbocco in via dela Volpe… riaccendo una sigaretta.
Mi rigiro di colpo (sarà un caso?): due
cani, uno bianco ed uno pezzato bianco e nero, pattugliano le vie…
Naturalmente non mi cagano di striscio.
h. 3:25
Percorrendo alcune scalette arrivo alla
chiesa di Santa Maria Assunta.
Una fontanella nel suo scrosciare
ininterrottamente mi suggerisce di farla da qualche parte, e la faccio in un
angolo buono che trovo..
Suggestione? Nella stessa via il cane
bianco di prima continua a pattugliare le viuzze, ma di lasciarsi avvicinare
non vuole saperne… mi giro dall' altra parte, scorgo l' agriturismo ed il
cimitero. I cani laggiù, prontamente abbaiano, puntuali… sento di nuovo il
vento.
h. 3:37
Situazione un po' più normale.
Mi trovo a ripercorrere le strade di
ieri. Ma incontrerò i lupi???
Alla strada del ritorno, un guardiano
(stavolta quello pezzato) dall' alto, abbaia. Cerco di farlo avvicinare, ma non
ci riesco. Forse mi ha già riconosciuto…
h: 3.50
Il vento, nuovamente, non si sente più…
Almeno da me. Però lo sento, e più forte,
soffiare verso il cimitero… ma i lupi???
Mi dirigo verso il cimitero. Il vento si
rifà più forte. Sento i fruscii. Il guardiano si rifà vivo, stavolta quello
bianco, come per avvertirmi. Mi segue, abbaia fino al palo dove ieri avevo
sentito quei tre fruscii. Il cancello del cimitero cigola continuamente. Mentre
scrivo, un minuto di calma. Il cane si zittisce, dopodichè inizia a
chiacchierare con l'altro. Vabbè. Mi fumo una sigaretta, appoggiato sul palo,
protetto dalla luce, in tutta calma. Non ho voglia di muovermi. Guardo il parco
giochi di fronte a me, ascolto tutto ciò che ho attorno. Non mi muoverò finchè
non è spenta…
Temporeggio. Le mando un messaggio.
E' finita la sigaretta. Il cane di prima
ha pure smesso di abbaiare. Chissà se è un segno, se quando mi avvicinerò all'
entrata il cancello smetterà di cigolare. Il vento è meno forte.
Per prima visiterò la tomba di Luigi… il
cognome non mi torna, nello stesso istante il vento si rafforza. Il cancello
ricomincia a cigolare.
Ora ricordo: Brandimarte. Me lo sono
segnato su di una bustina di zucchero di canna, quando parlavo con Daniele.
Sembra proprio che mi abbiano perdonato… in compenso, l'inchiostro sta per
finire… poco male, ho una penna blu di riserva! Mi incammino…
Passo il capanno. Mi siedo
di fronte alle tombe dei Brandimarte, prima di iniziare a cercare Luigi.
Non un rumore, solo un
lieve sibilo, tanto più forte quanto più scrivo. Ma quando ho aperto il
cancello, ho risentito gli uccelli cinguettare. Il vento si rifà forte, rimetto
la penna in tasca…
h. 4.22 Mi risponde dicendo
di essere un po' impegnata. La richiamo, parliamo per un minuto buono. Cade la
linea…
Non importa. Non mi sento
più solo…
Tempo un quarto d' ora, e
ne sono fuori…
Nel momento in cui scrivo,
il vento si rifà più forte, ma il cancello non cigola. E sento nuovamente un
cinguettio. Esco, ma la strada di ritorno non mi rende inquieto.
h. 4.45
Forse il problema non era
il cimitero, ma solo il cancello...
#####################################################
Il respiro delle anime
di Valentina La Poetessa Triste
La città dei vivi ha luci
fredde.
Il sacro terreno è soffice,
è la città dei morti ma non piango.
Vedo il vento.
Fa freddo ma le luci qui sono calde.
Lo sentiranno il vento?
Tra croci infilzate e fiori caduchi
li percepisco respirare
e camminano, nei miei opachi pensieri,
quegli sguardi annegati nell'immensità.
Il sacro terreno è soffice,
è la città dei morti ma non piango.
Vedo il vento.
Fa freddo ma le luci qui sono calde.
Lo sentiranno il vento?
Tra croci infilzate e fiori caduchi
li percepisco respirare
e camminano, nei miei opachi pensieri,
quegli sguardi annegati nell'immensità.
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La mail di Luciana Ciuffini (letteralmente poetica in sé)
vi ho sognato tutti quanti, eravamo insieme in un posto bellissimo che sia chiama Pian Grande, è uno dei posti più belli al mondo, parlavamo di fate scalze, folletti eleganti, di trecce intrecciate e cavalli sudati; ci osservavano montagne con gli occhi e pastori poeti, le ricotte sapevano di neve e la neve di ricotta. Che strano sogno, c’era chi girava l’Italia intera in un’ora e chi il Texas, c’era chi parlava con l’invisibile e chi cercava roulotte che non sarebbero dovute partire mai, andavamo in giro con una macchina volante e ci conoscevamo da una vita. Mi innamoro sempre di chi sogno.... MI MANCATE!!!
######################################################################
La "Meriggia" fotografica di Maddalena Blandino
Il testo breve:
"Le fate erano tante belle,
iavano a ballà lì alla Rocca,
e se li ragazzi le toccavano, ce ballavano,
questi sparivano, volavano!
Venivano infatati!"
(Giuliana Poli)
Secondo un'antica credenza sibillinica
l'incontro tra un uomo e una fata, o con la danza, o con il canto,
poteva determinare il rapimento dell'uomo.
Avveniva così quella che viene chiamata "Meriggia",
ossia uno scambio, compiuto dalle fate, tra l'uomo rapito nel loro regno
e un suo simulacro che veniva lasciato vivere sulla Terra.
iavano a ballà lì alla Rocca,
e se li ragazzi le toccavano, ce ballavano,
questi sparivano, volavano!
Venivano infatati!"
(Giuliana Poli)
Secondo un'antica credenza sibillinica
l'incontro tra un uomo e una fata, o con la danza, o con il canto,
poteva determinare il rapimento dell'uomo.
Avveniva così quella che viene chiamata "Meriggia",
ossia uno scambio, compiuto dalle fate, tra l'uomo rapito nel loro regno
e un suo simulacro che veniva lasciato vivere sulla Terra.
##########################################################################
E per finire, ecco a voi i manifesti del collettivo ZITTITRISTI, l'originale ideato dalla mente del medesimo, ossia Maria Teresa Dell'Aquila:
E sotto la versione riveduta da Marco Cappellano:
Sto singhiozzando. Non ci credete?
Ad maiora, ragazzi.
Mi zittisco.
martedì 26 marzo 2013
Maltempo a Castelluccio? Buontempo per l'avventura sibillina!
"Se il tempo sarà brutto, il workshop verrà ancora meglio".
E con queste sibilline, ma in un certo qual modo rassicuranti parole di Giovanni Marrozzini, l'avventura sibillina è ormai imminente.
Si parte giovedì mattina alle sette, muniti (io di certo!) di scarponi impermeabili, varie paia di calzini, guanti, sciarpa e cappello e almeno due maglioni da montagna. E sì, perché se il fotografo-nocchiero dice che il maltempo meteorologico produrrà buontempo per noi che ci apprestiamo a salire a oltre mille e passa metri (cime escluse: perché in quel caso di metri si arriverebbe pure a duemila e passa...), io però, da brava ex bambina giudiziosa, non voglio avere freddo né tantomeno beccarmi una polmonite.
Oltretutto vado a Castelluccio per svolgere un ruolo ben preciso (che sarà mai questa misteriosa attività di "facilitatrice di scrittura"?) e devo essere in forma, il più possibile.
Però ve lo confesso: non vedo l'ora che arrivi questo inedito fine settimana pasquale, sicura che al ritorno una parte di me non sarà più la stessa. Spero non nel senso fisico del termine: ci terrei a rimanere tutta intera, visto che i centimetri già non sono il mio forte!
A scanso di equivoci, in ogni caso, comincio già da adesso a ringraziare tutte le persone che conoscerò nei prossimi giorni e pure quelle che già conosco, e che sicuramente vedrò sotto una luce del tutto nuova.
Vi lascio con altre due foto di Castelluccio nella bella stagione, come la vidi ormai già quattro anni fa, del tutto inconsapevole di quel che sarebbe venuto dopo:
Indovinate un po' che cosa sto per aggiungere?
Ad maiora!! Ci vuole proprio!
E con queste sibilline, ma in un certo qual modo rassicuranti parole di Giovanni Marrozzini, l'avventura sibillina è ormai imminente.
Si parte giovedì mattina alle sette, muniti (io di certo!) di scarponi impermeabili, varie paia di calzini, guanti, sciarpa e cappello e almeno due maglioni da montagna. E sì, perché se il fotografo-nocchiero dice che il maltempo meteorologico produrrà buontempo per noi che ci apprestiamo a salire a oltre mille e passa metri (cime escluse: perché in quel caso di metri si arriverebbe pure a duemila e passa...), io però, da brava ex bambina giudiziosa, non voglio avere freddo né tantomeno beccarmi una polmonite.
Oltretutto vado a Castelluccio per svolgere un ruolo ben preciso (che sarà mai questa misteriosa attività di "facilitatrice di scrittura"?) e devo essere in forma, il più possibile.
Però ve lo confesso: non vedo l'ora che arrivi questo inedito fine settimana pasquale, sicura che al ritorno una parte di me non sarà più la stessa. Spero non nel senso fisico del termine: ci terrei a rimanere tutta intera, visto che i centimetri già non sono il mio forte!
A scanso di equivoci, in ogni caso, comincio già da adesso a ringraziare tutte le persone che conoscerò nei prossimi giorni e pure quelle che già conosco, e che sicuramente vedrò sotto una luce del tutto nuova.
Vi lascio con altre due foto di Castelluccio nella bella stagione, come la vidi ormai già quattro anni fa, del tutto inconsapevole di quel che sarebbe venuto dopo:
![]() |
| La sottoscritta in uno scatto del Bipede Paolo |
![]() |
| Che buoni quei formaggi! |
Indovinate un po' che cosa sto per aggiungere?
Ad maiora!! Ci vuole proprio!
giovedì 21 febbraio 2013
Da Itaca a Letteralmente fotografia... con Giovanni Marrozzini!
| Castelluccio di Norcia |
Mi sto riferendo alla mia prossima avventura in qualità di "facilitatrice di scrittura", affianco (o sarebbe meglio dire al seguito) di Giovanni Marrozzini, il fotografo-nocchiero che mi ha condotto lo scorso anno sulla strada per Itaca.
E così, dopo Minime Storie, mi preparo a vivere un'esperienza che già so sarà molto importante.
Chi mi conosce bene, sa che cercherò di dare il massimo, sperando di trasmettere fosse pure un'oncia dell'entusiasmo che sto provando in questo periodo di studio dei luoghi in cui si svolgerà il nostro (ebbene sì: nostro!) workshop dal fascinoso titolo (non ideato da me, perciò posso permettermi di affermarlo) Letteralmente fotografia.
Che altro dire?
Indovinate un po'?
Uno
due
tre
... Ad maiora!
martedì 29 gennaio 2013
Stregata da un gatto fulvo... qualcuno l'adotti, please!
Se accarezzi un animale (nello specifico un gatto) difficilmente riuscirai a togliertelo dalla testa. Se poi lo incontri tutti i giorni, quando prendi l'auto o butti la spazzatura, e tutte le volte quello ti miagola e ti segue come un cagnolino, cominci a pensare che vorresti portartelo a casa. Finisce insomma che perdi la testa, preda di un innamoramento che neanche per un maschio umano.
E così, una mattina di qualche sabato fa, io e il Bipede l'abbiamo caricata nel trasportino e condotta dalle nostre veterinarie. Nel tragitto verso lo studio medico, il gatto nero-fulvo se n'è rimasto buono buono a fissarmi da dietro le sbarre di plastica. I due umani, invece, si interrogavano tra loro - anche se sarebbe più esatto dire che il Bipede chiedeva a me che intenzioni avessi, visto che a casa ci sono già i due felini protagonisti di Che gatti - sul destino del gatto ingabbiato.
E insomma, per farla breve, è andata a finire nel seguente modo.
Il gatto in realtà è una gatta, di circa un anno e mezzo, probabilmente non sterilizzata e in stato di semi-libertà.
Da qualche mese si è infatti unita (a modo suo) alla colonia di gatti che vivono a due passi dalla cattedrale, ma dal modo in cui si accosta facilmente alle persone e dalle moine che fa a chi sta varcando il portone di casa lungo lo stretto marciapiede di via Mazzini, uno dei luoghi che sono stati teatro delle mie Minime Storie, si intuisce che se ne starebbe assai più volentieri abbarbicata su un termosifone, piuttosto che sull'erba del giardino antistante il duomo.
Purtroppo, dopo averla fatta visitare e aver tentato vanamente di spingere all'adozione un po' di amiche, con la morte nel cuore, l'abbiamo dovuta riportare esattamente dove l'avevamo incontrata.
Mentre mi allontanavo da lei, non ho avuto il coraggio di girarmi per paura di incrociare il suo sguardo deluso, ma, com'era prevedibile, il pensiero di occuparmi della sua sorte non mi ha abbandonato.
E così ho fatto ulteriori indagini per accertarmi che abbia o meno un padrone.
Se ce l'ha, non si curano granché di lei.
Però non è denutrita e quando porto gli avanzi dei nostri quadrupedi viziati o verso un po' dei croccantini che ho comprato apposta per la comunità felina complessiva, raramente si mette lì a mangiare, ma miagola flebilmente come a dire: lascia perdere il cibo e portami a casa.
Probabilmente, però, non è sterilizzata perché stamattina ho assistito a una spaventosa lite d'amore con un maschione bianco e nero, sopraggiunto a un certo punto mentre ero lì che mi accucciavo per accarezzarla.
Perché racconto tutto questo su un blog di fotografia? Ovviamente perché l'ho fotografata, finalmente. Eccola qua:
Come potete vedere, non è proprio nera nera, come mi era sembrata le prime volte che l'ho incontrata. Ha invece delle striature chiare che la rendono ancora più affascinante.
Qui un paio di primi piani:
E qui due pose buffe:
Nella prima delle due sta scacciando il gattone bianco e nero (subito dopo lo scatto l'ha raggiunto e gli ha dato un po' di botte), nella seconda, saggiamente, visto il bel sole risbucato dopo vari giorni di grigio-freddo, sceglie di darsi una sistemata al suo bellissimo pelo.
Che altro dirvi?
Se siete in zona, vi prego, portatevela via: l'ideale sarebbe darle alloggio in una casa con giardino, possibilmente lontano dalla strada e dalle auto, ma sono sicura che si adatterebbe alla perfezione anche in un appartamento.
Buona fortuna, gatta fulva.
E tu, gattone bianco-nero, smamma: Fulvia (ahiai, le ho trovato anche un nome...) non fa per te.
E così, una mattina di qualche sabato fa, io e il Bipede l'abbiamo caricata nel trasportino e condotta dalle nostre veterinarie. Nel tragitto verso lo studio medico, il gatto nero-fulvo se n'è rimasto buono buono a fissarmi da dietro le sbarre di plastica. I due umani, invece, si interrogavano tra loro - anche se sarebbe più esatto dire che il Bipede chiedeva a me che intenzioni avessi, visto che a casa ci sono già i due felini protagonisti di Che gatti - sul destino del gatto ingabbiato.
E insomma, per farla breve, è andata a finire nel seguente modo.
Il gatto in realtà è una gatta, di circa un anno e mezzo, probabilmente non sterilizzata e in stato di semi-libertà.
Da qualche mese si è infatti unita (a modo suo) alla colonia di gatti che vivono a due passi dalla cattedrale, ma dal modo in cui si accosta facilmente alle persone e dalle moine che fa a chi sta varcando il portone di casa lungo lo stretto marciapiede di via Mazzini, uno dei luoghi che sono stati teatro delle mie Minime Storie, si intuisce che se ne starebbe assai più volentieri abbarbicata su un termosifone, piuttosto che sull'erba del giardino antistante il duomo.
Purtroppo, dopo averla fatta visitare e aver tentato vanamente di spingere all'adozione un po' di amiche, con la morte nel cuore, l'abbiamo dovuta riportare esattamente dove l'avevamo incontrata.
Mentre mi allontanavo da lei, non ho avuto il coraggio di girarmi per paura di incrociare il suo sguardo deluso, ma, com'era prevedibile, il pensiero di occuparmi della sua sorte non mi ha abbandonato.
E così ho fatto ulteriori indagini per accertarmi che abbia o meno un padrone.
Se ce l'ha, non si curano granché di lei.
Però non è denutrita e quando porto gli avanzi dei nostri quadrupedi viziati o verso un po' dei croccantini che ho comprato apposta per la comunità felina complessiva, raramente si mette lì a mangiare, ma miagola flebilmente come a dire: lascia perdere il cibo e portami a casa.
Probabilmente, però, non è sterilizzata perché stamattina ho assistito a una spaventosa lite d'amore con un maschione bianco e nero, sopraggiunto a un certo punto mentre ero lì che mi accucciavo per accarezzarla.
Perché racconto tutto questo su un blog di fotografia? Ovviamente perché l'ho fotografata, finalmente. Eccola qua:
Come potete vedere, non è proprio nera nera, come mi era sembrata le prime volte che l'ho incontrata. Ha invece delle striature chiare che la rendono ancora più affascinante.
Qui un paio di primi piani:
E qui due pose buffe:
Nella prima delle due sta scacciando il gattone bianco e nero (subito dopo lo scatto l'ha raggiunto e gli ha dato un po' di botte), nella seconda, saggiamente, visto il bel sole risbucato dopo vari giorni di grigio-freddo, sceglie di darsi una sistemata al suo bellissimo pelo.
Che altro dirvi?
Se siete in zona, vi prego, portatevela via: l'ideale sarebbe darle alloggio in una casa con giardino, possibilmente lontano dalla strada e dalle auto, ma sono sicura che si adatterebbe alla perfezione anche in un appartamento.
Buona fortuna, gatta fulva.
E tu, gattone bianco-nero, smamma: Fulvia (ahiai, le ho trovato anche un nome...) non fa per te.
sabato 21 luglio 2012
Il passato che ritorna... sulla strada per Itaca!
A distanza di quasi un mese, ritorno su questo spazio per parlare... di passato e di presente!
Giusto ieri (era il mio compleanno...) l'azienda con cui collaboro ha mandato online l'intervista a Giovanni Marrozzini sulla sua Itaca che ormai è anche un po' la mia.
Non potevo non linkarla anche qui, benché ormai quei giorni trascorsi a scattare e a scrivere sull'angolo del centro storico di Fermo in cui, per caso, mi è capitato di venire ad abitare (ma il caso non esiste... ormai me ne sono convinta anch'io) siano assai lontani, non solo per ragioni cronologiche.
Eppure, il passato che ritorna e si rifà attuale restituisce con forza ancora maggiore quello strano senso di predestinazione che ho provato quando ho incontrato, poco più di un anno fa, Giovanni e gli altri frequentatori del workshop tenuto dal mago barbuto nel Fotocineclub di Fermo, diversi dei quali ho poi rivisto nei mesi successivi con molto piacere.
Comunque vada a finire, la fotografia ha un misterioso magnetismo che avvicina persone altrimenti destinate (quasi certamente) a non incontrarsi mai.
Ed è perciò per me un onore ancora maggiore sapermi anche su Agorà di Cult, il blog creato dalla Fiaf e gestito dal mio tutor Silvano Bicocchi proprio allo scopo di parlare di quelli che stanno dietro a un mirino come me e dei molti fotografi di talento che ho avuto occasione di conoscere durante questo lunghissimo anno.
Si è forse chiuso un cerchio? Qualcosa mi dice che sia così, ma nel frattempo mi sembra (lo dico piano) che se ne sia aperto almeno un altro e chissà che non ne stia nascendo da qualche parte un altro ancora...
Staremo a vedere.
Vi lascio con due foto non utilizzate per Minime Storie, ma risalenti a quei giorni:
E, come dico sempre, ad maiora!
Giusto ieri (era il mio compleanno...) l'azienda con cui collaboro ha mandato online l'intervista a Giovanni Marrozzini sulla sua Itaca che ormai è anche un po' la mia.
Non potevo non linkarla anche qui, benché ormai quei giorni trascorsi a scattare e a scrivere sull'angolo del centro storico di Fermo in cui, per caso, mi è capitato di venire ad abitare (ma il caso non esiste... ormai me ne sono convinta anch'io) siano assai lontani, non solo per ragioni cronologiche.
Eppure, il passato che ritorna e si rifà attuale restituisce con forza ancora maggiore quello strano senso di predestinazione che ho provato quando ho incontrato, poco più di un anno fa, Giovanni e gli altri frequentatori del workshop tenuto dal mago barbuto nel Fotocineclub di Fermo, diversi dei quali ho poi rivisto nei mesi successivi con molto piacere.
Comunque vada a finire, la fotografia ha un misterioso magnetismo che avvicina persone altrimenti destinate (quasi certamente) a non incontrarsi mai.
Ed è perciò per me un onore ancora maggiore sapermi anche su Agorà di Cult, il blog creato dalla Fiaf e gestito dal mio tutor Silvano Bicocchi proprio allo scopo di parlare di quelli che stanno dietro a un mirino come me e dei molti fotografi di talento che ho avuto occasione di conoscere durante questo lunghissimo anno.
Si è forse chiuso un cerchio? Qualcosa mi dice che sia così, ma nel frattempo mi sembra (lo dico piano) che se ne sia aperto almeno un altro e chissà che non ne stia nascendo da qualche parte un altro ancora...
Staremo a vedere.
Vi lascio con due foto non utilizzate per Minime Storie, ma risalenti a quei giorni:
| Finestre di Villa Vinci, sul colle del Girfalco, ambientazione della minima storia "Nobiltà pop" |
| Il campanile del duomo di Fermo, nel piazzale Girfalco, ambientazione di varie "minime storie"... |
E, come dico sempre, ad maiora!
lunedì 25 giugno 2012
Ideazione felice... grazie alla cucina di Daniele!
Il momento clou della terza giornata trascorsa con Daniele Cinciripini, Demetrio Mancini e i superstiti di Print Yourself, il workshop sull'autoproduzione del libro fotografico arrivato quasi alla conclusione, è stata la tappa nella cucina del nostro mentore sambenedettese, reduce da varie, intensissime, esperienze. Tracce del karma felice, personale e professionale, che sta accompagnando l'artista (ebbene sì) marchigiano (ma con un'infanzia abruzzese: buon sangue non mente...) erano evidenti nelle ciotoline ricolme di cereali, nel piatto di ciliegie che poi ci ha offerto e da altri piccoli dettagli della distesa colazione che aveva consumato al mattino. La luce del tardo pomeriggio, poi, tingeva d'oro un po' tutto, comprese le nostre facce inconsciamente ben disposte a non andarsene mai più. Dovevamo in effetti trattenerci appena un po', giusto il necessario per visionare il libro di William Klein su New York, allo scopo di constatarne tutti insieme l'impaginazione ardita, e invece siamo rimasti in piedi, attorno al tavolo con gli avanzi della colazione, per un tempo senza tempo. Giusto alla fine, è venuta fuori un'informazione che non avevo colto durante le ore precedenti e cioè che chi riesce a terminare il proprio lavoro, giungendo alla realizzazione di almeno una copia del libro fotografico nato dai quattro incontri del workshop, potrebbe partecipare a una mostra collettiva. Un dettaglio davvero fondamentale, direi, non tanto perché sia convinta della (per ora solo immaginaria) validità di "Che gatti" (il titolo prescelto per il mio libro) quanto perché saperlo mi dà la spinta per portarlo a termine, qualunque sia il risultato finale.
E quindi grazie, Daniele, per averci accolto nella tua bella casa: sono convinta che un po' della felicità che vi circola si trasmetta anche ai tuoi (vostri) ospiti temporanei.
E ora: sotto con la fase finale di ideazione. Non dico di più in merito perché devo pensarci su un po' meglio.
Per ora vi lascio con qualche scatto che Catia Panciera (grazie mille, carissima!) ha fatto con la mia Nikon alla sottoscritta mentre guardavo con Daniele le foto del mio lavoro, permettendogli di ridurle di almeno la metà (com'è giusto che sia):
Nell'ultima foto si vede anche la copertina delle stra-viste (da me!) Minime storie, che ho portato in sola visione (ahimè) non avendo altre copie... che mi sono arrivate giusto stamattina!
E d'altra parte, comincio a non poterne più di vedermelo intorno... è tempo di passare ad altro.
Perciò avanti e, come sempre, ad maiora!
E quindi grazie, Daniele, per averci accolto nella tua bella casa: sono convinta che un po' della felicità che vi circola si trasmetta anche ai tuoi (vostri) ospiti temporanei.
E ora: sotto con la fase finale di ideazione. Non dico di più in merito perché devo pensarci su un po' meglio.
Per ora vi lascio con qualche scatto che Catia Panciera (grazie mille, carissima!) ha fatto con la mia Nikon alla sottoscritta mentre guardavo con Daniele le foto del mio lavoro, permettendogli di ridurle di almeno la metà (com'è giusto che sia):
E d'altra parte, comincio a non poterne più di vedermelo intorno... è tempo di passare ad altro.
Perciò avanti e, come sempre, ad maiora!
lunedì 18 giugno 2012
Lestrigoni e Ciclopi sulla via per Itaca? Levatevi di torno
Chissà se è vero che Giovanni Marrozzini smetterà di fare il fotografo di professione.
Personalmente, non ci credo e in ogni caso gli auguro innanzitutto di staccare per un po' (anche un bel po', se necessario) prima di pronunciare altre frasi così. Perché, diciamolo: chi l'ha conosciuto anche solo superficialmente (come la sottoscritta) intuisce che un tipo così appassionato difficilmente potrà mai cessare di dare il massimo in tutto ciò che farà. Foss'anche "solo" il padre.
In ogni caso, il viaggio alla ricerca della sua Itaca si è ufficialmente concluso lo scorso fine settimana, in un mare di folla e di ovazioni che neanche ai concerti rock.
Purtroppo non sono riuscita a godermi la sua mostra con la dovuta attenzione (alle inaugurazioni è sempre così ed è ben per questo che in genere le diserto). E non so neanche se riuscirò a tornarci prima che chiuda, il prossimo 9 settembre.
Potendo, ci riandrei di corsa già domani, sia per la bellezza dei luoghi che circondano il Centro italiano della fotografia d'autore di Bibbiena, un piccolo borgo in provincia d'Arezzo, sia per il valore dell'allestimento dedicato all'intenso viaggio in Italia a bordo di un camper, compiuto da Giovanni e Matteo Fulimeni, un giovane scrittore di Porto Sant'Elpidio che mi ha piacevolmente intrattenuta, all'ora dell'aperitivo, conclusa la presentazione rituale del loro progetto di foto & racconti, sul suo recentissimo ritrovamento: una Olivetti 33, sulla quale copia pezzi immortali di letteratura, così, per distrarsi dagli studi.
Fortunatamente, ho acquistato il catalogo, comprensivo di una selezione dei lavori delle persone che hanno preso parte ai workshop condotti da Giovanni in molte parti d'Italia. Tra i frequentanti di Fermo c'ero anch'io e devo ammettere di aver gongolato un pochino (poco poco, giuro) vedendo il pannello con una selezione delle mie Minime Storie.
Al di là dei massaggini egotici che comunque ogni tanto ci vogliono, sono davvero felice di aver vissuto, pur se marginalmente, un'esperienza così densa, di voci, di belle facce, di discorsi finalmente interessanti.
Ognuno di noi ha la sua personale Itaca da raggiungere e non sempre possiamo ricacciare indietro Lestrigoni e Ciclopi, soprattutto se, come dice il poeta Costantino Kafavis, questi tizi si annidano nella nostra testa.
Ogni tanto, poi, anche quando pensiamo di averli sconfitti, i demoni demotivanti (un'assonanza voluta!) ci riprovano fiaccandoci.
Ma gente dalla "coccia" dura come me si piega (finora) ma non si spezza.
Perciò avanti così.
Vi lascio con le immagini del mio pannello (!) e con un video sui passaggi salienti della due giorni di Bibbiena:
Ed eccovi il video (assolutamente autoprodotto: non so perché, ma nei titoli di coda mi ha troncato due parole. Portate pazienza...):
Personalmente, non ci credo e in ogni caso gli auguro innanzitutto di staccare per un po' (anche un bel po', se necessario) prima di pronunciare altre frasi così. Perché, diciamolo: chi l'ha conosciuto anche solo superficialmente (come la sottoscritta) intuisce che un tipo così appassionato difficilmente potrà mai cessare di dare il massimo in tutto ciò che farà. Foss'anche "solo" il padre.
In ogni caso, il viaggio alla ricerca della sua Itaca si è ufficialmente concluso lo scorso fine settimana, in un mare di folla e di ovazioni che neanche ai concerti rock.
Purtroppo non sono riuscita a godermi la sua mostra con la dovuta attenzione (alle inaugurazioni è sempre così ed è ben per questo che in genere le diserto). E non so neanche se riuscirò a tornarci prima che chiuda, il prossimo 9 settembre.
Potendo, ci riandrei di corsa già domani, sia per la bellezza dei luoghi che circondano il Centro italiano della fotografia d'autore di Bibbiena, un piccolo borgo in provincia d'Arezzo, sia per il valore dell'allestimento dedicato all'intenso viaggio in Italia a bordo di un camper, compiuto da Giovanni e Matteo Fulimeni, un giovane scrittore di Porto Sant'Elpidio che mi ha piacevolmente intrattenuta, all'ora dell'aperitivo, conclusa la presentazione rituale del loro progetto di foto & racconti, sul suo recentissimo ritrovamento: una Olivetti 33, sulla quale copia pezzi immortali di letteratura, così, per distrarsi dagli studi.
Fortunatamente, ho acquistato il catalogo, comprensivo di una selezione dei lavori delle persone che hanno preso parte ai workshop condotti da Giovanni in molte parti d'Italia. Tra i frequentanti di Fermo c'ero anch'io e devo ammettere di aver gongolato un pochino (poco poco, giuro) vedendo il pannello con una selezione delle mie Minime Storie.
Al di là dei massaggini egotici che comunque ogni tanto ci vogliono, sono davvero felice di aver vissuto, pur se marginalmente, un'esperienza così densa, di voci, di belle facce, di discorsi finalmente interessanti.
Ognuno di noi ha la sua personale Itaca da raggiungere e non sempre possiamo ricacciare indietro Lestrigoni e Ciclopi, soprattutto se, come dice il poeta Costantino Kafavis, questi tizi si annidano nella nostra testa.
Ogni tanto, poi, anche quando pensiamo di averli sconfitti, i demoni demotivanti (un'assonanza voluta!) ci riprovano fiaccandoci.
Ma gente dalla "coccia" dura come me si piega (finora) ma non si spezza.
Perciò avanti così.
Vi lascio con le immagini del mio pannello (!) e con un video sui passaggi salienti della due giorni di Bibbiena:
![]() |
| Il bipede Paolo guarda concentrato le Minime Storie in mostra... |
![]() |
| Dopo il matrimonio, Oggi niente scuola, Troppo sensibile e Nobiltà pop in mostra al Cifa di Bibbiena |
Ed eccovi il video (assolutamente autoprodotto: non so perché, ma nei titoli di coda mi ha troncato due parole. Portate pazienza...):
martedì 29 maggio 2012
Mario Dondero e l'omaggio (canterino) al Gatto Tigre
Sono molto legata a Mario Dondero per varie ragioni.
Innanzitutto, per l'indimenticabile primo incontro, risalente ormai a quasi due anni fa, avvenuto in un pomeriggio di inizio autunno molto dolce. Da quella esperienza ho tratto un'intervista, ma soprattutto la spinta morale, davvero formidabile, a riprendere con la mia antica passione, testimoniata da questo piccolo spazio.
All'appuntamento in piazza del Popolo concordato con il fotoreporter genovese-milanese ormai trapiantato a Fermo (tra un viaggio e l'altro. Ma come farà?), era seguito un thè consumato ai tavolini en plein air del bar Il capolinea, gli stessi che ho rivisto giusto una mezz'oretta fa, essendovi tornata apposta per chiedere quanto ancora durerà la mostra-omaggio al gatto Tigre, una creatura andata da poco ad arricchire l'empireo dei felini di tutte le epoche. Ho visto gli scatti di Mario, tuttora esposti sulle pareti del locale, già lo scorso inverno, in un'altra epica serata trascorsa stavolta all'interno. A renderla unica, quella volta c'era tutta la famiglia Vergari, al cui capostipite ho dedicato una delle mie Minime Storie (dovrò mostrargliela, prima o poi...) scaturita dall'intensità dei racconti di cui solo Gianfranco, mister Capolinea, può essere capace.
Da quel che ho saputo, la magia canterina da cui si fanno prendere, certe sere speciali, gli avventori di questo bar, si è ripetuta anche la sera dell'inaugurazione dell'allestimento dedicato a Tigre. Purtroppo, non ho potuto prendervi parte, ma m'immagino Mario che canta con la sua voce da crooner, sotto lo sguardo metà divertito metà imbarazzato di Laura Strappa, una donna davvero straordinaria.
Per fortuna, avevo già visto quelle foto, ammirandone la composizione, la luce e soprattutto il volto indolente e regale di questa creatura di strada, adottata dai gestori del bar e "prestata" a un loro comune amico, lo scrittore Sandro Olimpi, che non ho ancora avuto la fortuna di conoscere.
Ogni cosa al suo tempo: per il momento, mi accontento delle parole composte da quest'ultimo proprio in occasione della mostra sul magnifico gatto. Chi volesse assaporarle, tra uno scatto e l'altro di Mario (allietato magari da un buon bicchiere di prosecco!), non ha che da andare al Capolinea, che per chi non lo sapesse di trova appena fuori dall'arco d'ingresso a piazza del Popolo.
A me non resta che lasciarvi con gli scatti che avevo fatto lo scorso inverno (si tratta di classiche meta-foto: ossia di foto ad altre foto, di un livello assai diverso dal mio, aggiungerei!) e con qualcuno rubato alla mostra collettiva Intanto, nello spazio allestito da Dondero con la collaborazione della Sala degli Artisti, il cinema di Fermo che ospita alcuni scatti del fotoreporter nel proprio foyer.
In basso, eccovi Mario con il suo amico Umberto Bufalini, anche lui partecipante alla collettiva natalizia con le fotografie in bianco e nero visibili nella prima foto, nonché autore anche di quella che mi ritrae finalmente con lui:
Dalla mia espressione giuliva si capisce quanto fossi contenta di quest'abbraccio. Confermo: è proprio così...
E ora, chi può... tutti al bar!
Agli altri: alla prossima!
Innanzitutto, per l'indimenticabile primo incontro, risalente ormai a quasi due anni fa, avvenuto in un pomeriggio di inizio autunno molto dolce. Da quella esperienza ho tratto un'intervista, ma soprattutto la spinta morale, davvero formidabile, a riprendere con la mia antica passione, testimoniata da questo piccolo spazio.
All'appuntamento in piazza del Popolo concordato con il fotoreporter genovese-milanese ormai trapiantato a Fermo (tra un viaggio e l'altro. Ma come farà?), era seguito un thè consumato ai tavolini en plein air del bar Il capolinea, gli stessi che ho rivisto giusto una mezz'oretta fa, essendovi tornata apposta per chiedere quanto ancora durerà la mostra-omaggio al gatto Tigre, una creatura andata da poco ad arricchire l'empireo dei felini di tutte le epoche. Ho visto gli scatti di Mario, tuttora esposti sulle pareti del locale, già lo scorso inverno, in un'altra epica serata trascorsa stavolta all'interno. A renderla unica, quella volta c'era tutta la famiglia Vergari, al cui capostipite ho dedicato una delle mie Minime Storie (dovrò mostrargliela, prima o poi...) scaturita dall'intensità dei racconti di cui solo Gianfranco, mister Capolinea, può essere capace.
Da quel che ho saputo, la magia canterina da cui si fanno prendere, certe sere speciali, gli avventori di questo bar, si è ripetuta anche la sera dell'inaugurazione dell'allestimento dedicato a Tigre. Purtroppo, non ho potuto prendervi parte, ma m'immagino Mario che canta con la sua voce da crooner, sotto lo sguardo metà divertito metà imbarazzato di Laura Strappa, una donna davvero straordinaria.
Per fortuna, avevo già visto quelle foto, ammirandone la composizione, la luce e soprattutto il volto indolente e regale di questa creatura di strada, adottata dai gestori del bar e "prestata" a un loro comune amico, lo scrittore Sandro Olimpi, che non ho ancora avuto la fortuna di conoscere.
Ogni cosa al suo tempo: per il momento, mi accontento delle parole composte da quest'ultimo proprio in occasione della mostra sul magnifico gatto. Chi volesse assaporarle, tra uno scatto e l'altro di Mario (allietato magari da un buon bicchiere di prosecco!), non ha che da andare al Capolinea, che per chi non lo sapesse di trova appena fuori dall'arco d'ingresso a piazza del Popolo.
A me non resta che lasciarvi con gli scatti che avevo fatto lo scorso inverno (si tratta di classiche meta-foto: ossia di foto ad altre foto, di un livello assai diverso dal mio, aggiungerei!) e con qualcuno rubato alla mostra collettiva Intanto, nello spazio allestito da Dondero con la collaborazione della Sala degli Artisti, il cinema di Fermo che ospita alcuni scatti del fotoreporter nel proprio foyer.
In basso, eccovi Mario con il suo amico Umberto Bufalini, anche lui partecipante alla collettiva natalizia con le fotografie in bianco e nero visibili nella prima foto, nonché autore anche di quella che mi ritrae finalmente con lui:
Dalla mia espressione giuliva si capisce quanto fossi contenta di quest'abbraccio. Confermo: è proprio così...
E ora, chi può... tutti al bar!
Agli altri: alla prossima!
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