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venerdì 27 gennaio 2012

Su Luigi Crocenzi

Ed eccomi arrivata alla fine del percorso. O almeno, del mio diario di bordo nato su stimolo di Giovanni Marrozzini e del suo progetto Itaca, anch'esso giunto al rush finale.
Tutto quello che seguirà dopo l'invio dei file per la selezione prevista dal Fotoclub (che ha sede a Bibbiena, in Toscana), sarà inquadrato in un'altra maniera che per adesso non mi è ancora del tutto chiara.
So di esserci arrivata tardi, sempre che si possa giudicare con questo avverbio il fatto di aver scelto di studiare, frequentare la scuola di giornalismo e tutto quello che è venuto dopo. So anche che quando si lavora in totale libertà, ci si sente bene (benissimo), ma che normalmente non è possibile farlo.
E tuttavia, una cosa è certa: voglio continuare a fotografare e a scrivere. Sono le due attività in cui mi riconosco di più, indipendentemente dall'utilizzo pratico che ne potrei eventualmente ricavare.
Fatta questa premessa (e promessa!), dedico questo post a Luigi Crocenzi, involontario spirito-guida delle mie Minime Storie, concepite, forse, già dal primo giorno in cui ho messo gli occhi sul paesaggio che osservo dalle finestre di casa mia. O sarebbe meglio dire, di quella che un tempo era la casa di questo importante protagonista della fotografia italiana del Novecento.
Crocenzi è passato alla storia più per l'archivio di oltre tremila foto, oggi ospitato a Spilimbergo. Ma era anch'egli un grande fotografo, come testimoniano i suoi lavori per il Politecnico, ai tempi del suo sodalizio con Elio Vittorini. Non solo. Crocenzi è stato un fine intellettuale, dotato di una grande penna.
Quando ho letto i suoi testi del foto-reportage "Occhio su Milano", mi sono sinceramente emozionata.
Ancora di più ho sentito quanto "fosse scritto" che dovessi realizzare le mie prime venti Minime Storie (quante sono quelle che parteciperanno alla selezione nazionale) quando ho scoperto ulteriori, stranissime, coincidenze che mi legano al vero padrone di casa mia (non me ne vogliano gli eredi: ma nell'atrio e per le scale di marmo del bellissimo palazzo in cui vivo, aleggia ancora l'anima di "Gigino", come era chiamato familiarmente). 
Anche Crocenzi ha lasciato Milano abbastanza presto, benché abbia continuato a fare spola tra lì e Fermo per molti anni ancora. Con le dovute differenze, anch'io continuo a tornare spesso nella capitale del Nord, cui mi lega ancora un lavoro nonché le solide (ebbene sì, lo dichiaro apertamente) basi della mia formazione giornalistica.
Nei suoi periodi su al Nord, non so bene in quali anni, Crocenzi ha vissuto in via General Govone, come documentato da uno scritto ospitato in un bel catalogo che gli è stato dedicato dal Centro di ricerca e archiviazione della fotografia (in sigla, Craf).
In quella strada, ho passato moltissime giornate e anche varie nottate: vi abita una coppia di miei carissimi amici, in un certo senso i miei "genitori" (solo morali!) negli anni della mia permanenza milanese.
Uno dei foto-racconti di Crocenzi è dedicato alla processione, più in generale alla religiosità popolare. Con una sovrapposizione tra due scatti catturati (con la mia vecchia Pentax P30N) durante la processione del Venerdì Santo a Chieti, la mia città natale, ho vinto il mini-concorso interno al circolo fotografico che ho frequentato al liceo. Mi ricordo persino come l'avevo chiamato: "Miserere mei deum", riprendendo un verso del coro maschile accompagnato da violini e fiati, che scorta il cammino del Cristo Morto per i vicoli del centro fino al ritorno in duomo.
Solo domenica scorsa, uscendo su via Mazzini con mia madre, venuta a trovarmi con un mucchio di derrate, come si conviene a un'alacre famiglia del Sud, ho assistito a una mini processione in onore della Madonna del Pianto e negli scatti che ho impresso sulla mia Nikon, ho visto sguardi tragici, antichi, espressione di una devozione rassegnata, la stessa che aveva notato Crocenzi molti anni prima di me e che da sempre ossessiona la mia formazione.
Da bambina, quando vedevo gli incappucciati, piangevo di paura. Eppure, quella processione ancestrale mi affascina ancora adesso e forse adesso, dopo aver conosciuto molto da vicino il lavoro dell'illustre fermano, comincio a capirne il perché.
In definitiva, per farla breve, sono nata "vintage" e non lo sapevo. Mi ci ha fatto riflettere anche un mio carissimo amico, bravo (e silenzioso) fotografo.
Nel mio modo di guardare il mondo, di certo a colori, c'è una nostalgia per qualcosa che non c'è già più. Da sempre. E, forse, per sempre. Benché non possa essere certa che, adesso che ho messo per bene a fuoco che cosa colpisce i miei occhi, non finisca per cambiare prospettiva.
Staremo a vedere.
Vi voglio lasciare con un ricordo di Luigi Crocenzi scritto da Renzo Renzi, riprodotto con la sua grafia sul catalogo già citato:
"Luigi Crocenzi l'ho incontrato quando nacque alla notorietà; l'ho trovato quando è morto.
Ci conoscemmo al Festival di Venezia, ma lo seguivo già sulle pagine de "Il Politecnico" di Vittorini.
Anni dopo lo ritrovai già rinserrato a Fermo, quando mi regalò, si può dire, alcune stanze del suo bel palazzo sulla via Mazzini, che tuttora frequento. Appartato, forse perché stanco di successi pionieristici (o prematuramente appagato), Luigi mostrava ora la sua anima profondamente romantica, dopo quella neorealistica. Lasciava che nel palazzo tutto cadesse, avvolto dai rampicanti sopra le rovine. 
Meglio, molto meglio delle successive cementificazioni. E intanto faceva regali magnifici agli amici, alle femmine, dissipando le sue fortune. Poi, una sera, eravamo in casa di Romano Folicaldi (queste vicende appartengono alla storia della fotografia italiana, come si vede), Luigi sentì un piccolo dolore nel petto. Bastava che si mettesse a letto, dopo avere bevuto una limonata calda.
Però, il mattino dopo, non rispondeva alle telefonate, non apriva la porta, lui che viveva ormai solo. Cercammo una chiave, io corsi per le stanze e lo trovai, ahimè!, ancora nel suo letto, le coperte rimboccate, gli occhi chiusi, sereno. Non si era mosso. Il bicchiere della limonata stava sul comodino. Tanto discreto com'era, non aveva turbato nemmeno il proprio ultimo giaciglio.
Poi si vide un armadio ricolmo di macchine fotografiche fino agli ultimi modelli, e di obbiettivi i più sofisticati. Erano i suoi occhi, conservati come in un diligente museo della tecnica. Luigi, così, aveva continuato, per un lungo periodo, ad immaginarsi di guardare le cose del mondo con occhi innumerevoli, tanti occhi e altrettante lunghezze focali".

Di seguito alcuni scatti fatti nella mia cucina, una volta sua, come il resto del palazzo (abitava nel piano sottostante al mio, ma immagino che quassù ci sarà salito: essendo il punto più alto dello stabile, è il luogo ideale per ammirare l'incredibile distesa di colline dal mare alle montagne):





Nell'ultima si intravede un pezzetto del mio piede e la tovaglia di plastica, appartenuta a mia nonna, come molti mobili oggi ospitati in questo bellissimo palazzo.
A quest'ultimo proposito, date un'occhiata anche alla foto sotto:


E' l'androne del palazzo Crocenzi, come appare nelle tarde mattinate di questo tiepido inverno, quando il sole lo bacia con delicatezza.
Chissà quante volte l'avrà fotografato il padrone di casa e quante gli altri fotografi che sono entrati qui dentro.
Finisco con un grazie, generico. A che cosa? Al caso, agli incontri e, sì, al futuro. Qualunque esso sia.

martedì 24 gennaio 2012

Riassumendo: gli ultimi scatti... meno due!

In una settimana ho lavorato come una matta, compreso il fine settimana conclusivo a "INTANTO", la mostra collettiva all'ex mercato coperto che mi ha aperto le porte (letteralmente) su angoli di Fermo che non immaginavo nemmeno. E chissà che, una volta consegnato il progetto concepito per Itaca, questo spazio non mi serva per mostrarli al resto del mondo. Vedremo.
Qui riassumo, il più possibile, le ultime scoperte.
Parto dai cambiamenti: ho fatto fuori (un po' obtorto collo, ma fa niente) il camminatore e ho inserito altri protagonisti, compresa una seconda statua che mi ha sempre messo una certa inquietudine.
Si tratta di San Savino, il protettore di Fermo, realizzata in bronzo. Le intemperie e il tempo hanno accentuato le spaccature sulle mani, quella che regge il pastorale e l'altra, rivolta verso l'altissimo. Il risultato? A me mette paura. Sembrano ossa appena ricoperte dalla pelle, come capita a molti centenari. Man mano che si passa il proprio tempo sulla terra, insomma, si diventa sempre più simili al nostro scheletro.
Prima di lui, ho scattato qualche foto a Carla, la mia edicolante, che si è dimostrata di una gentilezza veramente sorprendente. Perché ho deciso che poteva andar bene per una delle mie storie? Semplice: ha tagliato i capelli e così è tornata fuori la sua espressione burbera, accentuata dalle sopracciglia molto arcuate, sfoltite sicuramente da mani esperte (magari proprio le sue: è sempre truccata alla perfezione, nonostante il suo aspetto un po' mascolino).
Poi ho beccato Diana (finalmente!), una donna complessa, insieme dura e dolce, a mio avviso dotata di un cervello fuori dal comune. Sono sicura che se ci chiacchierassi più spesso, potrebbe raccontarmi storie affascinanti, torbide, misteriose e poetiche. Cercherò di non perderla di vista, qualunque cosa accada.
E che dire degli Astorri, i miei vicini di casa, quelli che abitano dietro il portone verde grande e squadrato? Più di una persona che mi ha accompagnato, ha fermato l'auto davanti a loro, dimenticando che il nostro, due numeri civici più giù, è tondeggiante. 
Mai avrei immaginato di ritrovarmi in un pezzo di storia, non solo di Fermo.
Anche la casa dei miei vicini, infatti, era parte dei possedimenti della famiglia nobile dei Colli, per un periodo incaricati dal vescovo di battere moneta papale, nella zecca collocata nelle cantine del mio palazzo e del loro. 
Sembra però che fossero degli imbroglioni o almeno in questo modo vennero additati dalla curia quando persero la licenza. Costretti a vendere i loro beni alla diocesi, il palazzo oggi di proprietà degli Astorri andò alla diocesi che la rivendette ai miei vicini negli anni Sessanta. Fino ad allora la zecca era rimasta murata. Sennonché la signora Astorri (una quasi mia omonima di origini assai più elevate delle mie) spinse il marito ad abbattere quella strana parete che suonava a vuoto.
Prima di scattare le foto in giardino, il signor Astorri ha voluto mostrarmi l'angolo rimasto segreto per molti anni, forse secoli. In fondo a una scalinata ripidissima, mi sono trovata davanti una stanza rotonda con volta a cupola e sfiatatoio sulla sommità. Sono rimasta senza parole. Si trattava di un mitreo, ossia un tempio dedicato al dio Mitra, venerato ancora in epoca romana. Al posto del lungo tavolo di legno scuro disposto dagli attuali proprietari  verso sinistra, dando le spalle alla scalinata d'accesso, doveva esserci l'altare sacrificale. Al posto della porta di accesso al giardino situata di fronte, invece, c'era la via di fuga verso il fiume, nel quale confluiva l'acqua utilizzata per spegnere il fuoco e per lavare l'altare.
Ho avuto un sottile brivido, lo confesso. Ho chiesto se l'abbiano mai fatto vedere ad esperti di antichità e mister Astorri mi ha risposto di sì. Solo che, per carità, non vuole gente tra i piedi, quindi, ha chiesto alla Soprintendenza di tenerselo per sé. Beh, adesso lo so anch'io, ma in effetti non credo che corra pericoli!
Infine, stamattina sono entrata nel giardino di Villa Vinci: meraviglioso è dire poco. Ho chiacchierato (e fotografato) anche i custodi, una coppia molto anziana che abita in quella che un tempo era la biblioteca della villa.
Non esporrò lo scatto che li riguarda, bensì uno del giardino, oppure un dettaglio. Prima, però, voglio dormirci su: ho constatato che la scelta mi viene molto più facile se lascio sedimentare un po' le immagini considerate da me le migliori. Mi è capitato di cambiarne qualcuna all'ultimo momento, infatti. 
Dimenticavo l'ultima Minima Storia, realizzata, per l'appunto, con una foto che avevo già pubblicato qui, convinta che mi sarebbe servita solo come ambientazione. E invece, a sorpresa, ho seguito il suggerimento inconsapevole della mia amica Luciana e l'ho usata proprio per raccontare dell'indiano metropolitano, ancora, purtroppo, malato. E gravemente, da quel che ho capito.
Ho provato a cercarlo fino all'ultimo, chiedendo una mano a suo cugino, ma niente da fare. Mi dispiace veramente e continuo a sperare di reincontrarlo, prima o poi, in sella alla sua vespa nera. 
Insomma, sono quasi alla fine.
Mi mancano, in teoria, solo due scatti e due storie. 
Ma forse ne sostituisco una realizzata molto tempo fa. Confido solo che torni in fretta il bel tempo... 
Vi lascio con alcuni scatti che testimoniano il lavoro di questi giorni: 








L'ultima è dedicata a Renzo Renzi, il fondatore della Cineteca di Bologna, scomparso a fine 2004, che purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere. Per fortuna, ho fatto amicizia con la sua Teresa Curtarello, "la vispa", che mi ha dato il consenso a fotografare il suo alloggio estivo, posto di fronte (e intorno!) alla mia cantina... Un compito che mi sono data proprio per domani mattina.
Alla prossima, percioò, per il nuovo resoconto!