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domenica 10 febbraio 2013

Massimo Del Papa, i gatti e il senso della vita

Nerino e Camillo sono i principali protagonisti di Anni di vita -  Storie di gatti al confine tra istinto e volontà, di Massimo Del Papa. disponibile in ebook già da qualche settimana.
A dirla tutta, al centro di queste memorie così private e al contempo così familiari per tutti coloro che hanno la fortuna (per non dire proprio il privilegio) di vivere con un gatto (o più) affianco, è proprio mio cognato.
Il vincolo di parentela acquisita che ci lega, peraltro, m'impedisce di tesserne apertamente le lodi. Però una cosa voglio dirla, su Massimo e sul suo ebook: dal contatto con il suo principe nero, sopraggiunto quando era veramente uno scricciolo di felino, ha guadagnato parecchio, come si può dedurre leggendo le delicate e amorevoli parole (a tratti veramente sdolcinate, come succede a tutti i "genitori" umani di questi magnifici quattrozampe) che gli dedica, immutabili nell'affetto e nel soggiogamento totale anche quando lo sgrida per qualche pianta improvvidamente accoppata.
Le pagine dedicate a Camillo, da me detto Camillone per le ragguardevoli dimensioni di questo gatto tigrato dal passato non molto felice, sono numericamente di meno, ma io so che ormai non ne potrebbe più fare a meno. Né lui né mia cognata Claudia, alla quale - naturalmente - il gattone bistrattato da troppi si è legato di più.
Che altro aggiungere? In alcuni passaggi, Massimo si sofferma anche sugli altri gatti, su quelli che vediamo mezzi schiantati, sporchi o arruffati per strada e su quelli (ancora troppi) maltrattati da stronzi a due zampe che faccio fatica a chiamare umani.
Non c'è bisogno di diventare gattari o "canari" per capire quanta mostruosità si nasconda dietro a chi scaccia via con fastidio un animale o per sentire un certo sospetto nei confronti di chi si mostra indifferente ai quattrozampe di qualsiasi razza e formato.
Ma sono d'accordo con Massimo su un punto: bisogna averli accanto, occuparsi del loro vitto e del loro alloggio, giocarci insieme, guardarli dormire, coccolarli o perché no sgridarli, per capire quanto siano in grado di mutare in meglio le nostre vite.
E concordo anche su un altro punto: finisce che diventiamo francamente un po' stucchevoli quando ci mettiamo a descriverne le prodezze agli altri. Sarebbe meglio evitarlo (sì, sarebbe meglio), ma è molto difficile. Del resto, capita lo stesso ai genitori con i loro bambini. Tutti i bambini sono speciali, ovviamente, ma i nostri...
A quest'ultimo proposito, peraltro, c'è solo un passaggio su cui, da donna non madre, non concordo con mio cognato: non ho, non abbiamo - il Bipede Paolo ed io - preso ben due gatti (quasi tre con la bellissima Fulvia adottata, si spera stabilmente, da mia suocera...) per compensare l'assenza dei figli non arrivati.
I gatti sono gatti e i bambini bambini. Con i primi il rapporto diventa quasi subito paritario e, tolto il fatto che, giustamente, spetta a noi umani occuparci del loro vitto e alloggio (soprattutto se li si fa vivere stabilmente in un appartamento), per il resto saranno loro a guidare il gioco, fin da subito. Con i bambini la faccenda sarà (sarebbe) assai più complessa...
Detto questo, qualunque siano le ragioni che ci spingono ad adottare un animale, una volta fatto, non saremo più gli stessi. E quegli occhi che ci guardano con quel misto di curiosità e timore per gli odori sconosciuti che portiamo con noi tutte le volte che rientriamo in casa, anche se siamo stati via per pochissimi minuti, ci faranno sentire veramente importanti. Sempre. Per tutta la vita che avremo la fortuna di passare insieme.
Grazie, Massimo (e Claudia).
E lunga vita a Nerino e Camillo, nelle foto qui sotto:








martedì 29 gennaio 2013

Stregata da un gatto fulvo... qualcuno l'adotti, please!

Se accarezzi un animale (nello specifico un gatto) difficilmente riuscirai a togliertelo dalla testa. Se poi lo incontri tutti i giorni, quando prendi l'auto o butti la spazzatura, e tutte le volte quello ti miagola e ti segue come un cagnolino, cominci a pensare che vorresti portartelo a casa. Finisce insomma che perdi la testa, preda di un innamoramento che neanche per un maschio umano.
E così, una mattina di qualche sabato fa, io e il Bipede l'abbiamo caricata nel trasportino e condotta dalle nostre veterinarie. Nel tragitto verso lo studio medico, il gatto nero-fulvo se n'è rimasto buono buono a fissarmi da dietro le sbarre di plastica. I due umani, invece, si interrogavano tra loro - anche se sarebbe più esatto dire che il Bipede chiedeva a me che intenzioni avessi, visto che a casa ci sono già i due felini protagonisti di Che gatti - sul destino del gatto ingabbiato.
E insomma, per farla breve, è andata a finire nel seguente modo.
Il gatto in realtà è una gatta, di circa un anno e mezzo, probabilmente non sterilizzata e in stato di semi-libertà.
Da qualche mese si è infatti unita (a modo suo) alla colonia di gatti che vivono a due passi dalla cattedrale, ma dal modo in cui si accosta facilmente alle persone e dalle moine che fa a chi sta varcando il portone di casa lungo lo stretto marciapiede di via Mazzini, uno dei luoghi che sono stati teatro delle mie Minime Storie, si intuisce che se ne starebbe assai più volentieri abbarbicata su un termosifone, piuttosto che sull'erba del giardino antistante il duomo.
Purtroppo, dopo averla fatta visitare e aver tentato vanamente di spingere all'adozione un po' di amiche, con la morte nel cuore, l'abbiamo dovuta riportare esattamente dove l'avevamo incontrata.
Mentre mi allontanavo da lei, non ho avuto il coraggio di girarmi per paura di incrociare il suo sguardo deluso, ma, com'era prevedibile, il pensiero di occuparmi della sua sorte non mi ha abbandonato.
E così ho fatto ulteriori indagini per accertarmi che abbia o meno un padrone.
Se ce l'ha, non si curano granché di lei.
Però non è denutrita e quando porto gli avanzi dei nostri quadrupedi viziati o verso un po' dei croccantini che ho comprato apposta per la comunità felina complessiva, raramente si mette lì a mangiare, ma miagola flebilmente come a dire: lascia perdere il cibo e portami a casa.
Probabilmente, però, non è sterilizzata perché stamattina ho assistito a una spaventosa lite d'amore con un maschione bianco e nero, sopraggiunto a un certo punto mentre ero lì che mi accucciavo per accarezzarla.
Perché racconto tutto questo su un blog di fotografia? Ovviamente perché l'ho fotografata, finalmente. Eccola qua:




Come potete vedere, non è proprio nera nera, come mi era sembrata le prime volte che l'ho incontrata. Ha invece delle striature chiare che la rendono ancora più affascinante.
Qui un paio di primi piani:




E qui due pose buffe:




Nella prima delle due sta scacciando il gattone bianco e nero (subito dopo lo scatto l'ha raggiunto e gli ha dato un po' di botte), nella seconda, saggiamente, visto il bel sole risbucato dopo vari giorni di grigio-freddo, sceglie di darsi una sistemata al suo bellissimo pelo.
Che altro dirvi?
Se siete in zona, vi prego, portatevela via: l'ideale sarebbe darle alloggio in una casa con giardino, possibilmente lontano dalla strada e dalle auto, ma sono sicura che si adatterebbe alla perfezione anche in un appartamento.
Buona fortuna, gatta fulva.
E tu, gattone bianco-nero, smamma: Fulvia (ahiai, le ho trovato anche un nome...) non fa per te.




venerdì 2 marzo 2012

Prime prove di gallerie fotografiche...

Ho un progetto in testa, ma finché non incontro la persona che potrebbe darmi la spinta concreta per partire (abbiamo appuntamento per lunedì pomeriggio alle 16), preferisco non dire niente.
Intanto, domani e dopodomani partecipo al workshop di Daniele Cinciripini sull'autoproduzione di un libro fotografico. Ho deciso di prendervi parte dopo averne ascoltato la presentazione al Fotocineclub di Fermo, lo stesso in cui avevo seguito l'analogo laboratorio ideato da Giovanni Marrozzini.
Confesso anzi che tornarvi a distanza di molti mesi aveva risvegliato le emozioni dense di quelle giornate d'inizio estate.
Adesso, a quasi fine inverno, faccio un nuovo passo: staremo a vedere se mi porterà da qualche altra parte.
Nel frattempo, ho provato a creare una galleria fotografica decente, utilizzando anche la musica.
Si tratta, lo dico subito, di due modestissimi tentativi, sicuramente per nulla professionali.
Però, nel secondo caso, ossia in quella che ho chiamato Silvery Fox, ho tentato il più possibile di costruire una vera e propria mini(ma!) storia per immagini, scegliendo quel pezzetto di brano musicale (tagliato con l'accetta!) proprio perché adattissimo alla gatta Bice, la protagonista del mio video.
Ve li presento qui di seguito, linkandoli direttamente dal canale Youtube del mio alter ego:




Che ne dite? Sono MOOOLTO amatoriali, lo so, però vi assicuro che montare un video è davvero divertente e credo proprio che cercherò il più possibile di impratichirmi sempre di più.

Ad Maiora!