sabato 9 giugno 2012

Alessandro Miola e la fotografia personale. Anzi, intima!

Proseguo con il mio viaggio tra i fotografi fermani che hanno preso parte alla scorsa edizione di "INTANTO".
Stavolta gioco (si può dire) in casa, per due ordini di ragioni: Alessandro Miola è quasi un mio onomimo e oltretutto condivide con me la statura minuta. La fisiognomica (e l'onomastica) non bastano però a spiegare la mia istintiva simpatia per questo artista dell'immagine, raffinata e ironica allo stesso tempo.
Prima di ritrovarla al mercato coperto, avevo già visto la sua "Personale" allo Studio Ta, lo stesso che ha curato  l'allestimento per il cinema Sala degli Artisti:

Dettaglio dell'allestimento dello Studio Ta per il Cinema Sala degli Artisti
In quel contesto, in mezzo a oggetti di design assai originali dal prevalente biancore, gli scatti di Alessandro risaltavano particolarmente. Sembravano anzi far parte dell'arredo naturale di quello spazio ricavato al piano terra di una palazzina del centro storico, in fondo a un cortiletto di quelli che appaiono all'improvviso dietro ai portoni pesanti di molte località italiane.
Al mercato coperto, invece, gli oggetti personalissimi del fotografo e cineoperatore Rai parevano bizzarre macchie di colore sovrapposte alle piastrelle giallo-nere della probabile ex macelleria.
Però, la camicia stazzonata, abbandonata nel lavandino forse usato dai tagliatori di quarti di bue per risciacquarsi dal sangue (!), ci stava veramente bene:




Sì, perché per Alessandro una personale è tale solo se riguarda intimamente chi la concepisce. Ed è ben per questo che ciascuna fotografia ha mostrato un pezzetto del suo sé, dai calzini lunghi (i preferiti da un intellettualone come Corrado Augias) al cellulare demodè pure un po' schiantato:





Particolarmente divertente era lo scatto con le bollette probabilmente scadute (e il posacenere stracolmo di cicche. Ma quanto fumi??). Anche se, avendo come già detto una certa simpatia per il mio omonimo, mi auguro che il fatto che abbia chiuso il suo sito internet non stia a indicare che sta alla canna del gas... Alessandro, per cortesia: tranquillizzami.
D'altra parte, capita spesso che gli artisti più grandi siano in ristrettezze... l'importante è tenerle sotto controllo per poter continuare a lavorare.
Anche perché, quando il protagonista di questo disordinato post produce qualcosa, difficilmente passa inosservato. E' il caso degli scatti che hanno accompagnato (forse sarebbe più esatto dire esaltato?) le sculture di Sandro Bartolacci, con il quale il Nostro ha potuto farsi conoscere pure fuori dai confini nazionali. Con quest'ultimo (ma non sarà che gli alessandri-sandri sono destinati a passare alla storia? megalomane che non sono altro) è stato tra l'altro ospitato al Padiglione Italia alla 54 esima edizione della Biennale di Venezia e al Palazzo delle Esposizioni Sala Nervi di Torino, in conclusione dei festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia.
E adesso? Chissà se i due artisti stanno producendo ancora qualcos'altro. Lo spero proprio, così potrò fotografarli insieme... al momento giusto.
Ed eccovi, dunque, un ritratto di Alessandro, alla fine mai utilizzato per il mio lavoro per ITAca (ebbene sì, Ale, non sei entrato nelle venti storie, come avevo pensato all'inizio...):



Ed eccovi nuovamente il fotografo mentre allestisce il suo spazio a Intanto (in uno scatto c'è anche l'immancabile Bibi Iacopini):





Dimenticavo un dettaglio sulla tecnica utilizzata da Alessandro: niente photoshop per i suoi scatti, ma solo retroilluminazione (fortissima) degli oggetti disposti su fogli bianchi in maniera tale da annullare del tutto le ombre e da far sembrare che li avesse ritagliati in post produzione:


La controprova? Ho provato a riprodurre la sua tecnica usando i miei (innumerevoli) occhiali, invano... e d'altra parte, oltre alle analogie ci saranno anche un po' di differenze tra noi, o no?
Ad Alessandro Miola il mio più grande in bocca al lupo. Per tutto.

lunedì 4 giugno 2012

Ennio Brilli, fotoreporter con il cuore tra gli ultimi

Ho fotografato più volte Ennio Brilli mentre allestiva silenziosamente il suo stand a "Intanto", senza scambiarci direttamente neanche una parola. Ero intimorita dal suo atteggiamento composto e concentrato e non volevo assolutamente disturbarlo. Durante il lungo mese trascorso nel freddo-umido ex mercato coperto ho poi avuto modo di soffermarmi con tutta calma sulle fotografie appese lungo le pareti del suo spazio e sul tavolo ricavato da una sorta di abbeveratoio.
E in effetti, chi abbia incrociato i propri occhi con quelli dei bambini etiopi che hanno partecipato al laboratorio di teatro promosso dalla Comunità volontari per il mondo (CVM), dai Teatri del Mondo di Porto Sant'Elpidio e dal Teatro Verde di Roma, si è letteralmente rigenerato sorbendo un metaforico nettare fatto di energia, vitalità e freschezza. Gli scatti rappresentano infatti vari momenti delle prove dello spettacolo intitolato "Hansel, Gretel e altre storie", messo in scena dai ragazzini del Paese africano, sollecitati a usare la creatività per sottrarsi a esistenze altrimenti molto difficili. 
I giovani attori, in maggioranza orfani e poverissimi, vivono per strada, con tutto ciò che ne consegue in termini di umiliazioni fisiche e psicologiche, dalle quali, molto probabilmente, si saranno sentiti affrancati proprio durante le ore trascorse a provare e riprovare le loro parti. 
C'è il rischio, certo, che i benefici di quelle magnifiche giornate si perdano una volta spente le luci del palcoscenico ed è - presumo - anche per tenere desta la speranza dei piccoli protagonisti e insieme per scuotere noi occidentali dalla nostra abituale smemoratezza nei confronti del resto del mondo che Ennio Brilli ha scattato le sue intense fotografie esposte lo scorso inverno. 
Oltre alle immagini, il fotografo ha girato anche un documentario che sta finendo di montare proprio in questo periodo, dal momento che la sua presentazione ufficiale è prevista per la serata inaugurale del Festival internazionale del teatro ragazzi, un importante appuntamento promosso da molti anni dai Teatri del mondo di Porto Sant'Elpidio. 
Su Youtube è possibile guardarne un'anteprima, ma di seguito copio e incollo le parole pronunciate direttamente da Brilli sul contenuto del suo lavoro:


"Il video racconta storie vere di persone vere che in qualche modo si intrecciano con il tema del laboratorio, che è una libera interpretazione "africana" della favola di Hansel e Gretel dei fratelli Grimm. Racconterò due storie di due bar workers, cameriere e prostitute in un bar, 15 e 18 anni. Poi le storie di un ragazzo di 12 anni, orfano di entrambi i genitori che vive con la nonna, e di una ragazza, 18 anni, orfana anche lei e sieropositiva dalla nascita".


Gli ultimi due ragazzi - prosegue il fotografo - hanno partecipato al laboratorio. Nel suo documentario compariranno anche un ex ragazzo di strada che ora è diventato infermiere nell'ospedale locale e di una ragazza, prima sulla strada, ora divenuta la responsabile dell'associazione di ragazzi orfani che ha dato vita al laboratorio teatrale.
Quasi tutti hanno recitato nella piéce, esprimendosi direttamente nella loro lingua, l'amharico. Una scelta faticosa per i non-locali (gli stranieri venuti dall'Italia!) che avrà reso di sicuro ancora più unico tutto il progetto.
Ed eccovi, infine, gli scatti rubati a Ennio Brilli nei giorni dell'allestimento a Fermo:



Ennio Brilli con Renè Santiloni, di spalle






Ed eccovi un suo autoritratto:


Una volta ultimato il lavoro sui ragazzi etiopi (ai quali auguro veramente di cuore il miglior futuro possibile), e forse dopo un periodo di (meritato) riposo, in settembre Ennio volerà in Brasile per documentare e valorizzare altre storie di giovani vite di strada e non solo.
Prima del documentario di metà luglio e della nuova avventura sudamericana, sarà però possibile conoscere il fotografo fermano e il suo lavoro durante le Giornate di fotografia, previste dal 22 al 24 giugno a Morro d'Alba (An), a pochi chilometri da Senigallia.
In particolare, Brilli sarà presente il 24, a partire dalle 10, alla tavola rotonda finale sulla fotografia nelle Marche, ma soprattutto, se ne potranno ammirare gli scatti nella mostra intitolata "Hulachenem. La strada verso la speranza", realizzati qui e là in Africa, nei luoghi in cui opera il Cvm.
Questo è quanto, almeno per il momento.
Spero però di avere altre occasioni per riparlarne... e per parlare direttamente con lui (a differenza dello scorso inverno!), per farmi raccontare dalla sua viva voce più dettagli possibili sul suo affascinante mestiere.
Alla prossima!